mercoledì 11 agosto 2021

Green Pass e diritto. I conti non sempre tornano

Quando avevo 40 anni ho avuto la fortuna di fare una bellissima esperienza che, nonostante mi abbia logorata molto anche per la conclusione inaspettata che ha avuto, è stata molto ricca. All’epoca in cui non esistevano ancora le quote rosa, venni nominata assessore provinciale con deleghe importantissime quali la viabilità, l’urbanistica e l’edilizia scolastica. Il mio orgoglio, tutto femminile, di essere, in assoluto, la prima donna a ricoprire quel ruolo in seno alla Giunta provinciale, era conseguente anche al fatto che, nel medesimo periodo, ricoprivo – in regione – il ruolo di Consigliera per la parità. Fui, infatti, la prima a ricoprire tale incarico e, tra le poche carte che conservo di quel periodo decisamente impegnativo, custodisco ancora l’atto di nomina firmato dall’allora Ministro del lavoro Gianni de Michelis!

Lavorai con passione, tanta, inconsapevole che l’esperienza e la conoscenza viaggiano a pari passi con l’avanzare dell’età. Oggi, in sostanza, guardando a quel periodo ritengo di essere stata un’incosciente ad aver assunto un incarico così impegnativo ed anche di aver privato la mia famiglia del tempo che avrei dovuto dedicare a loro, invece di cercare di contrastare gli avversari politici, ridicolmente più interni all’area politica che mi aveva espresso, rispetto agli altri della compagine di maggioranza. Anche se mi rincuora molto veder realizzato ciò che avevo utopisticamente immaginato. Oggi sono certamente meno pasionaria ma certamente altrettanto combattiva. Sopratutto nel cercare di far valere le ragioni del diritto nelle situazioni che la vita molto spesso chiede di affrontare.

Una questione che sto seguendo, in queste ultime settimane, è quella relativa all’obbligo del green pass per accedere a determinate attività. Professionalmente, mi è stato richiesto di occuparmene e venerdì 6 agosto è uscito sul quotidiano nazionale ItaliaOggi questo mio articolo dal titolo: “Da oggi lasciapassare per ristoranti, sagre, piscine, musei.”

“Da oggi obbligo del green pass per l'accesso a diversi servizi e attività. L’ha deciso il Governo con il decreto legge 105 del 23 luglio scorso (art. 3) che, di fatto, è andato ad integrare la normativa che ha formalmente istituito la Certificazione verde COVID-19, ovvero il decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52. Una novità questa che è stata fin da subito motivo di perplessità, da parte degli operatori economici e le associazioni rappresentative degli stessi, per i dubbi interpretativi conseguenti alla formulazione della disposizione che ha introdotto l’obbligo del cosiddetto Green Pass. In pratica, da oggi 6 agosto libera circolazione o meglio libertà di accesso a ristoranti, piscine, musei, sagre e convegni, tanto per citarne alcuni, soltanto a chi esibisce la certificazione verde COVID-19 e questo a prescindere dalla situazione di ogni singola regione ed ovviamente laddove i servizi e le attività siano consentiti.

La certificazione. Si tratta, in sostanza, di una Certificazione in formato digitale e stampabile, emessa dalla piattaforma nazionale del Ministero della Salute, che contiene un QR Code per verificarne autenticità e validità. In base, pertanto, a quanto contenuto nel decreto legge istitutivo, i titolari o gestori dei servizi e delle attività con obbligo di Green Pass sono tenuti ad effettuare le verifiche delle certificazioni utilizzando l’apposita applicazione ufficiale e gratuita VerificaC19 che può essere scaricata utilizzando i consueti mezzi di download (Play Store di Google per le versioni Android e Apple Store per quelle Ios tanto per intenderci). L’applicazione può essere installata su qualsiasi dispositivo mobile, quale cellulare o tablet e funziona anche senza connessione ad Internet e quindi offline. L’applicazione consente di verificare l’autenticità e la validità delle certificazioni senza memorizzare informazioni personali sul dispositivo del verificatore.

La verifica. Il Green Pass è richiesto dal verificatore all’interessato che mostra il relativo QR Code (in formato digitale oppure cartaceo). A questo punto l’app VerificaC19 legge il QR Code, ne estrae le informazioni e procede con il controllo del sigillo elettronico qualificato. In pratica, l’applicazione mostra graficamente al verificatore l’effettiva validità della Certificazione nonché il nome, il cognome e la data di nascita dell’intestatario della stessa. E’ a questo punto che, secondo le indicazioni del Governo contestate tuttavia dalle associazioni di categoria, l’interessato, su richiesta del verificatore, è tenuto ad esibire un proprio documento di identità in corso di validità ai fini della verifica di corrispondenza dei dati anagrafici presenti nel documento con quelli visualizzati dall’App.

La posizione delle associazioni. Secondo Confesercenti, pur comprendendo le motivazioni che hanno portato all’obbligo del Green Pass soprattutto in una logica preventiva per scongiurare le chiusure, è stata ribadita la contrarietà a imporre ai pubblici esercizi il ruolo di controllore in sostituzione dello Stato. Posizione analoga quella del Sindacato Totoricevitori Sportivi. “L’operazione di vigilanza e controllo all’interno delle nostre tabaccherie e corner sportivi è realmente troppo complicata e fa nascere una serie di nuovi problemi, in un momento in cui sarebbe necessario tornare alla normalità, hanno affermato. Auspicando, peraltro, che il Governo valuti attentamente l’utilizzo dello strumento appena introdotto, affinché esso porti realmente maggiore libertà di movimento e non si trasformi, invece, in una barriera all’ingresso”. Per la Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, “i gestori di bar e ristoranti faranno quanto possibile per favorire il controllo del green pass di chi vorrà accedere agli spazi al chiuso, ma serve la possibilità di utilizzare l’autocertificazione per responsabilizzare i clienti. Noi faremo ancora una volta la nostra parte con grande senso di responsabilità e spirito di sacrificio, nonostante la consapevolezza che la norma rischia di impedire l’accesso ai locali di una fetta consistente di popolazione, in particolare giovani e giovanissimi, che è ancora in attesa di ricevere la prima dose di vaccino. Non per una scelta individuale, sia chiaro, ma per i tempi tecnici di una campagna vaccinale che ancora non si è conclusa.”

Un piccolo box in fondo pagina, ristretto per esigenze tipografiche, dal titolo inequivocabile: “Uno scontro tra due norme sul caffè e cornetto al bar”, faceva sintesi di quanto avevo proposto alla redazione:

“Nessun obbligo di Green Pass per cornetto e cappuccino al bar, neanche se seduti al tavolo. Ciò in quanto l’obbligo di esibire la certificazione COVID-19 è limitata al servizio di ristorazione. E nessun vincolo nemmeno per il trattenimento dal tabaccaio. Perché il Governo ha deciso l’accesso vincolato soltanto alle sale giochi. Insomma, la legge è legge ed il decreto varato dal Governo il 23 luglio scorso va letto in sintonia con quanto il legislatore ha stabilito dieci anni fa. Infatti, l’art. 1, comma 2 del decreto legge 1/2012, (legge conv. 27/2012) afferma che: “Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all'accesso ed all'esercizio delle attivita' economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalita' di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l'iniziativa economica privata e' libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunita' tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all'ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla liberta', alla dignita' umana e possibili contrasti con l'utilita' sociale, con l'ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica.”

Che quanto avevo scritto (seppur sintetizzato) sia scivolato via è assolutamente palese. Come ben lo dimostrano i titoli di giornali e TV che continuano a parlare di obbligo di green pass per bar e ristoranti. E allora, mettiamo i puntini sulle “i”! Il green pass è obbligatorio per ristoranti, pizzerie ma non per bar e pasticcerie. Lo dispone, inequivocabilmente, il decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105 laddove, all’articolo 3, prevede che: “A far data dal 6 agosto 2021, e' consentito in zona bianca esclusivamente ai soggetti muniti di una delle certificazioni verdi COVID-19, di cui all'articolo 9, comma 2, l'accesso ai seguenti servizi e attivita': a) servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio, di cui all'articolo 4, per il consumo al tavolo, al chiuso. […]”

Se qualcuno si fosse chiesto quali siano i servizi di ristorazione avrebbe trovato la risposta nell’art. 5 della legge 287/1991 che individua le tipologie degli esercizi pubblici distinguendoli in: a) esercizi di ristorazione, per la somministrazione di pasti e di bevande, comprese quelle aventi un contenuto alcoolico superiore al 21 per cento del volume, e di latte (ristoranti, trattorie, tavole calde, pizzerie, birrerie ed esercizi similari);

b) esercizi per la somministrazione di bevande, comprese quelle alcooliche di qualsiasi gradazione, nonche' di latte, di dolciumi, compresi i generi di pasticceria e gelateria, e di prodotti di gastronomia (bar, caffe', gelaterie, pasticcerie ed esercizi similari.

E allora è lecito prendere atto che non sempre le notizie che vengono fornite da giornali e tv (per non parlare della rete) sono esatte….. Purtroppo, i tempi stretti non sempre consentono il necessario approfondimento. Ma credo che quando si tratta di limitare le libertà personali o imprenditoriali, Governo e Parlamento dovrebbero fare chiarezza. Perché in diritto vanno evitati i termini vaghi. E’ la prima regola che, all’Università, mi avevano insegnato nel corso di teoria e tecnica della normazione. Un corso al quale dovrebbero essere obbligatoriamente chiamati a frequentare tutti coloro i quali scrivono leggi o regolamenti.

venerdì 7 maggio 2021

Tina Modotti a Milano. Una mostra da non perdere

Non ricordo quando ho sentito parlare, per la prima volta, di Tina Modotti. Ma ricordo perfettamente, invece, di essermi immediatamente innamorata del personaggio. Tanto da vessare di domande una collega udinese che portava il suo medesimo cognome. Tina, infatti, per me è stata un mito. E non soltanto perché da ragazza ho amato molto la fotografia tanto da sviluppare da sola i miei negativi e stampare le foto nella camera oscura che avevo attrezzato nella cantina della casa dei miei genitori. L’emozione di vedere materializzarsi l’immagine nella vaschetta con l’acido è un qualcosa che nell’era del digitale è inimmaginabile e, sotto un certo punto di vista, a mio avviso è una perdita in termini di esperienza. Le foto erano soltanto in bianco e nero. Ma sono convinta ancora che proprio il non colore esalti l’essenza dell’immagine quale essa sia; nel senso che il colore soltanto la rappresenta.

Potrebbe essere considerato strano che al di fuori del Friuli Venezia Giulia Tina Modotti sia sconosciuta ai più, se non tra i cosiddetti addetti ai lavori. Ma del resto è molto frequente che donne dalla forte personalità e leader nel loro campo non siano “passate alla storia” come invece è successo per i loro mariti o compagni. Uno degli esempi più eclatanti credo sia quello di Margaret Macdonald coniugata Mackintosh, (Tipton, 5 novembre 1864 – Chelsea, 7 gennaio 1933). Pittrice, illustratrice e decoratrice inglese, operò in Scozia ma il suo stile ha ispirato l’intera produzione artistica nel periodo a cavallo dei due secoli. Basti pensare alla grande influenza che le sue opere ebbero sul famosissimo artista austriaco Gustav Klimt tanto da far quasi apparire alcune delle opere di quest’ultimo come delle articolate rielaborazioni.(1) Il marito Charles è ad oggi riconosciuto come il più famoso architetto scozzese di tutti i tempi dove Margareth ha sempre avuto un ruolo marginale ma lui stesso le ricorderà in una lettera “tu sei metà, se non i tre quarti, di tutte le mie opere d’architettura…” e dirà di lei “Margaret ha il genio, io solo talento”. (2) Si può dire che lo stesso sia successo per Tina Modotti, artista eclettica alimentata da genio e passione che è rimasta per lungo tempo sottovalutata e, nella storia della fotografia vi compare non come comprimaria di Edward Weston (Highland Park, 24 marzo 1886 – Carmel, 1º gennaio 1958) considerato tra i più importanti della prima metà del ‘900, ma principalmente come sua assistente.

La vita di Tina Modotti, (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942) è stata un susseguirsi di passioni pubbliche e private, di viaggi e separazioni laceranti. Emigra negli Stati Uniti a soli 17 anni per raggiungere, assieme alla famiglia, il padre che aveva trovato un lavoro a San Francisco. Ed è lì che la giovane Tina si avvicina alla recitazione, figurando in rappresentazioni amatoriali - rivolti essenzialmente al pubblico d'immigrati italiani del luogo - di D'Annunzio, Goldoni e Pirandello. “Sul palco - racconta Pino Cacucci nel suo ritratto di Tina, - sembra trasformarsi, e il contrasto è ancor più accentuato dal suo carattere schivo e taciturno, avvolto da quell’impalpabile velo di malinconia che non la abbandona mai”. Il suo fascino esotico la porta, poi a Hollywood. Ma per lei, donna d’azione e non di posa, il cinema fu, difatto, un’esperienza deludente, che decide di abbandonare dopo solo tre film per la natura essenzialmente commerciale di quanto il cinema rappresentava. Nel 1923 si trasferisce a Città del Messico, che in quegli anni viveva un vero e proprio Rinascimento. E’ lì, che entra in contatto con i giganti della pittura muraria David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, i quali appartengono al sindacato degli artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura. Ed è lì che entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo. Un documentario dei primi anni 80 di Laura Mulvey e Peter Wollen (disponibile online https://www.collettivowsp.org/2020/04/26/frida-khalo-e-tina-modotti-il-documentario/) racconta la vita e le opere delle due amiche, icone di quello che è stato soprannominato il “Rinascimento Messicano”.

Tina che aveva imparato i primi rudimenti della fotografia già adolescente a Udine nello studio fotografico dello zio, si perfeziona sotto la guida del compagno di vita Edward Weston ma, via via, trasforma il suo modo di fotografare, ed in pochi anni percorre un'esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, ...) sposta l'obiettivo verso forme più dinamiche. Utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto.

Tina Modotti, fotografa, attivista e attrice italiana, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia contemporanea. E, TINA MODOTTI, Donne, Messico e libertà è il titolo della mostra a lei dedicata allestita a Milano dal MUDAC che rimarrà aperta fino al prossimo 7 novembre 2021. I suoi celebri scatti, che compongono le collezioni dei più importanti musei del mondo, sono il simbolo di una donna emancipata e moderna, la cui arte fotografica è indissolubilmente legata al suo impegno sociale.

La casa natale di Tina Modotti a Udine in via Pracchiuso 89, oggi, è una vera e propria opera d’arte per volontà della Caritas della Diocesi di Udine che ha destinato l’immobile all’accoglienza, ma ha ritenuto indispensabile mantenere la memoria storica del luogo. L’idea degli artisti Franco Del Zotto e Vera Fedrigo è stata quella di realizzare sulla facciata dell’immobile un grande foglio dattiloscritto su cui si susseguono pezzi della vita di Tina. Per il suggestivo bassorilievo che presenta testi in più lingue (italiano, inglese, spagnolo, friulano) per testimoniare la grande trasversalità culturale di Tina gli autori, nel 2014, hanno vinto il premio internazionale Le Geste d'Or, Le Trophee du Grand Prix.

domenica 11 aprile 2021

La mia casa perfetta: stucco e pittura per far bella figura!

Ebbene, lo devo proprio ammettere: se c’è una cosa che amo fare è ridare nuova vita agli ambienti. Non serve poi molto e nemmeno una spesa rilevante. Ciò in quanto, molto spesso, anche il solo ridipingere le pareti consente di rinnovare una stanza. Perché il buon uso del colore, rispettando determinati criteri, contribuisce indubbiamente alla creazione di un ambiente armonico. Del resto la saggezza popolare da tempo insegna che bisogna usare: “stucco e pittura per far bella figura”. Insomma, anche se vesto soltanto di bianco e di nero, è ormai un bel po’ di tempo che le stanze dei luoghi in cui vivo, o comunque potrei vivere, sono tutte colorate. E non mi offendo se chi coinvolgo nelle mie rivoluzioni sorride al sentirmi affermare che anche un bagno ha bisogno di personalità. Tuttavia, la scelta di un colore non è cosa semplice e alla portata di tutti. Ed, infatti, quando ho espresso il desiderio di rendere “verde” la Casa delle giuggiole che tra un paio di mesi, a Farra d'Isonzo, sarà destinata ad ospitare i turisti per brevi vacanze, ho avuto ancora la fortuna di poter contare sull’aiuto di due amici architetti che mi hanno aiutata, mazzetta dei colori Sikkens alla mano, a scegliere il verde più idoneo per la casa alla quale stavamo mettendo mano. Che ogni casa abbia un'anima non ho mai avuto alcun dubbio. E credo anche che la casa sia specchio dell’anima ed estroflessione della psiche. Arredamento e colori pertanto non andrebbero mai decisi precipitosamente; bensì soltanto dopo che della casa ne è stato colto lo spirito. Per questo motivo guardo sempre con molta simpatia coloro i quali decidono di cambiare colore alle pareti, spostare i mobili, cambiare disposizione ai quadri ecc. Perché la casa, insomma, vive assieme a noi ed anche lei ha le sue esigenze in fatto di stile. Anche se, ovviamente, è sempre questione di gusto personale. L’importante è che il contesto ed il risultato finale favoriscano il proprio benessere, ovvero ci si trovi proprio bene tra le quattro mura domestiche.

I colori. L’effetto di un colore in una stanza è molto importante, come bene ha spiegato Francesca Cilento nell’articolo “Gli effetti dei colori: il sonno e la casa!” pubblicato online sul sito di Crescita personale. Ma con che criterio scegliere il colore delle pareti e degli arredi, pur tenendo conto delle preferenze personali, affinché il tutto appaia armonico? Una guida tutta da leggere è quella pubblicata dal Blog di interior design e lifestyle, perché illustra in maniera semplice ma approfondita la regola del 60, 30 e 10 per cento, fornendo anche alcuni esempi illuminanti. In pratica tale regola afferma semplicemente che per il look più equilibrato e accattivante, è necessario scegliere una tavolozza a tre colori per decorare una stanza e usarla come segue: Decorare il 60% della stanza con il colore dominante Decorare il 30% della stanza con il colore secondario Usare il colore rimanente come accento nel 10% dello spazio In pratica, il colore dominante sarà utilizzato per la maggior parte dello spazio (le pareti). Un colore secondario che riempie circa la metà dello spazio del colore dominante (il pavimento). Infine, un terzo colore per aggiungere spruzzi di interesse nella stanza. Per quanto mi riguarda, sono estremamente soddisfatta perché ho applicato la regola del 60, 30 e 10 (circa) senza nemmeno conoscerla nella nuova casa che sto arredando (La casa delle giuggiole) e che destinerò all’ospitalità, così come ho fatto con La casa del bambù di Gorizia. Ma se i colori dominanti nella Casa del bambù sono il grigio, bianco con l’accento di rosso, nella Casa delle giuggiole i colori sono verde, marrone e bianco, con accento oro. E mi considero molto fortunata per aver trovato in vendita, on line, il mio amato Toile de jouy nella tinta che cercavo. Tessuto che ho utilizzato per tende e rivestimento delle poltrone. A proposito di questo tessuto che amo tantissimo, e che non manca mai, in nessuna delle mie case, desidero condividere un fatto storico che assolutamente non conoscevo, scoperto alcuni giorni fa che, devo proprio ammetterlo, è stato consolatorio. E, più sotto, spiegherò il perché.

Le case di campagna. Da alcuni anni abito in una casetta che una cara amica ha denominato “Casa Primula” tenuto conto che i muri esterni sono stati dipinti nel colore e tonalità del fiore primaverile. Fermo restando i gusti personali e la scelta tra moderno e classico, non ho alcun dubbio che, nelle case da ristrutturare, vada rispettata la tradizione locale. Tanto per fare un esempio, ritengo che i casolari toscani o le masserie pugliesi hanno una tale caratterizzazione che non le vedrei proprio arredate in stile cottage british o provenzale. Diverso è invece se la casetta di campagna è ubicata in un territorio che non ha espresso uno stile suo proprio. In questo caso è mia opinione che il proprio nido possa essere arredato senza condizionamenti, ovvero lasciando che sia la casa stessa a prendere in mano la situazione. Ed ovviamente lo stesso vale per gli appartamenti in città o in paese. Per fare che ciò avvenga è sufficiente lasciarsi andare ai suggerimenti del proprio istinto, ovvero non studiare e pensare troppo per privilegiare le intuizioni. E’ quello che sto facendo proprio in questi giorni per la Casa delle giuggiole, ed il riscontro positivo degli amici, anche quelli abitualmente critici, mi confermano la bontà delle scelte compiute.

Il cottage inglese. A partire dallo struggente Casa Howard alle diverse serie televisive inglesi, non posso nascondere la mia predilezione per lo stile cottage d’Oltremanica. Stile che, peraltro, ho incontrato anche in Irlanda e nella indipendentissima Bretagna che, poco o nulla ha a che fare con la Francia in senso stretto. In quanto anche se la lingua ufficiale è il francese, quelle regionali di fatto parlate da chiunque sono il bretone ed il gallo; così come è diversa la cucina. Insomma, le mie preferenze nello stile country sono tutte quelle di impronta british rispetto al pur amato dai più stile provenzale. Ed è per questo motivo che, fino a poco tempo fa, ho pensato di peccare in termini di coerenza stilistica a causa della mia passione per il Toile de jouy.

Il Toile de jouy. Toile de Jouy è un tessuto antico in cotone, con motivi ripetuti di scene di caccia, paesaggi rurali, personaggi mitologici, fauna e flora. È stampato in un unico colore, solitamente blu, verde, viola, grigio o rosso. Il tessuto Toile de Jouy è stato originariamente prodotto in Irlanda nel XVIII secolo. Ed è questo fatto originariamente sconosciuto che mi consola, perché viene meno il mio timore della contaminazione francese nelle scelte d’arredo. Christophe-Philipe Oberkampf, imprenditore tessile tedesco, aprì una fabbrica a Jouy-en-Josas (vicino a Parigi) nel 1760. Poi, il tessuto divenne molto popolare in tutta la Francia. La parola francese «toile» significa tela di lino. Jouy proviene da Jouy-en-Josas, il nome della cittadina francese dove veniva prodotto questo tessuto. Jouy-en-Josas si trova nella periferia di Parigi. Ora c'è un museo di Toile de Jouy, nel bellissimo Chateau de l'Eglantine. Il tessuto Toile de Jouy divenne popolare in Francia sotto il regno di Maria Antonietta e Luigi XVI. Quindi oggi, quando pensiamo a Toile de Jouy, lo associamo all'arredamento del castello francese. A quel tempo, il tessuto era un po 'ovunque ... Tende e mantovane. Sedie. Cuscini. Divani. Lenzuola. Piumini. Tettuccio ... (Informazioni tratte da https://www.brocantemajolie.com)

Per approfondire l’argomento leggi: “La psicologia della casa: se stessi nel proprio ambiente” e l'interessante disamina sugli stili rustici dal titolo Rustico, Country, Provenzale e Shabby chic: quali sono le differenze?

domenica 14 marzo 2021

Dalla Camelia a Voltaire: divagazioni primaverili

Credo di aver amato da sempre la Camelia e, fino ad alcuni anni fa, non avendo un giardino ne sfoggiavo una spilla, il fiore preferito della mitica Coco Chanel ma anche molto usata anni fa, se ricordo bene, nelle collezioni di Luisa Spagnoli. Poi, quando i casi della vita mi hanno consentito di poter disporre di un piccolo giardino ed ho avuto modo di fare un viaggio nella meravigliosa Bretagna, la decisione è stata quasi obbligata. Non c’è giardino, infatti, nella regione francese che non ne esibisca una. E come potrebbe essere diversamente? Già prima che i calicantus facciano sbocciare sui nudi rami le gialle corolle profumate, le camelie si riempiono di boccioli che tra la fine di febbraio ed i primi di marzo si aprono maestosamente esibendo la perfezione geometrica del loro fiore. Le mie piante che, vista la natura del terreno, ho preferito far crescere in vaso (riempito con la terra specifica per acidofile) non hanno dimostrato alcuna sofferenza, anche se la loro dimensione sta diventando ragguardevole. Sono piante rustiche, che provengono dall’Oriente, e non soffrono le temperature sottozero, se limitate a qualche giorno. Le loro foglie di colore verde scuro sono lucide e cuoiose e non cadono mai. Quindi, anche d’inverno il cespuglio verde illumina il grigiore della terra a riposo.

Le mie meravigliose camelie di colore bianco, rosa, rossa e rosa screziato le ho acquistate nel vivaio Petrini di Ronchi dei Legionari dove, nei giorni scorsi, ho incontrato Stefano Morsolin il giardiniere/esteta che tante volte ci ha accompagnati in quello che era il paradiso Viatori. Stefano, come sempre disponibilissimo a fornire consigli e suggerimenti ai clienti del vivaio fa parte del Circolo di giardinaggio del FVG Amici in giardino, fin dalla sua costituzione e, in qualità di esperto del verde (è perito agrario diplomatosi all’istituto Brignoli di Gradisca d’Isonzo) collabora con molti circoli sia italiani che sloveni. Ha partecipato e partecipa a convegni; ma soprattutto è un esteta, capace di trasformare un pezzetto di terra in un luogo magico, come ben lo dimostra il suo giardino le cui foto sono visionabili nel suo profilo facebook.

“L’amore è come una pianta preziosa. Non puoi solo accettare di riceverla e lasciarla appoggiata sulla credenza o fare finta che sopravvivrà da sola. Dovrai continuare ad innaffiarla. Dovrai davvero prendertene cura e nutrirla” diceva John Lennon. Del resto, già Voltaire in Candido affermò che : «Bisogna coltivare il proprio giardino». Si tratta certamente di una metafora, nel senso che si deve vivere la propria quotidianità, fare le proprie piccole cose, mettendoci l’impegno necessario ma senza pretendere l’impossibile. Non come ho fatto io, quindi, un paio di anni fa, che nel mio piccolo giardino volevo piantare un albero di Jacaranda. Insomma, bisogna occuparsi delle proprie cose, senza prevaricare gli altri e quindi vivere in pace e sereni. Ma in tempo di restrizioni e con la Primavera alle porte le parole di Voltaire possono rappresentare il modo per superare questa ennesima fase critica. Se disponiamo di un pezzetto di terra, una terrazza o anche soltanto di un balcone, la felicità sarà raggiunta dallo spuntare dei germogli dai bulbi appena piantati o dal geranio dello scorso anno che, debitamente potato, farà spuntare le nuove piccole foglie. Provare per credere!

venerdì 15 gennaio 2021

E' sbocciato il Calicantus

C’è un giorno, in pieno inverno, quando anche se fa molto freddo e ti ritrovi piedi e mani gelati, hai comunque la percezione che la Primavera non tarderà ad arrivare. E’ quando ti accorgi che sono sbocciati i fiori del Calicantus. Nel mio piccolo giardino che amo chiamare cottage garden, tenuto conto che per un insieme fortuito di piacevoli coincidenze ne ha assunto sembianze e caratteristiche, alcuni anni fa ne ho piantato uno. Ma quanto è stata grande la mia delusione quando ho dovuto prendere atto che non fioriva! Perplessa dal fatto che al terzo anno metteva le foglie a Primavera senza aver prima fatto spuntare i fiori, ho fatto delle ricerche che mi hanno rassicurata. E’ necessario, infatti, che la pianta, per fiorire, debba prima adattarsi all’ambiente; e per fare ciò devono trascorrere più o meno un paio d’anni.

Ho tagliato, nei giorni scorsi, un paio di rami di Calicantus da un cespuglio incolto ai margini di una strada. L’avevo addocchiato già lo scorso anno. Ma quando me n’ero accorta, ormai i fiori erano già del tutto aperti ed avevano perso, portati a casa, il loro inestimabile caratteristico profumo. Forse era perché la pianta stava ormai sfiorendo. Memore di ciò, l’altro giorno ho allungato leggermente la strada che abitualmente percorro per raggiungere Gorizia ed ho, come si suol dire, buttato l’occhio per vedere se erano spuntati, o meno, i boccioli d’oro. La mia sorpresa è stata grandissima quando ho avuto modo di appurare che non soltanto il cespuglio era costellato di boccioli ma tantissimi fiori si erano già totalmente aperti. Ma la gioia più grande, botanicamente parlando, l’ho provata quando ho scoperto che anche dal mio cespuglio, obbiettivamente collocato in una posizione infelice, tenuto conto che è sovrastato da un gigantesco tiglio che assorbe tutta l’energia circostante, è spuntato il primo bocciolo.

Il fiore è legato ad una leggenda davvero poetica. Si dice, infatti, che il pettirosso vagò per giorni da un albero all’altro fino a che trovò riparo tra i suoi rami. Per ricompensare l’arbusto della sua bontà e gentilezza, Dio fece cadere una pioggia di stelle che donarono ai fiori il loro aspetto splendente e dorato e il loro intenso profumo. Per questo motivo, regalare un rametto di calicantus fiorito nel linguaggio dei fiori significa esprimere affetto e protezione verso chi lo riceve. Per saperne di più su questa pianta, leggi qua.

giovedì 7 gennaio 2021

Linguaggio e diritto. Quando le parole contano

Se stamattina non fossi stata ancora a letto, quando dal tablet ho iniziato a leggere le ultime novità riguardo la situazione in USA, credo che il sobbalzo che ho avuto a leggere le notizie dell’Ansa, mi avrebbe scosso più di quanto ha fatto. Il titolo della notizia, infatti, “Dai Proud Boys ai Boogaloo, chi sono gli insorti” poteva far presagire una situazione drammatica, al limite della guerra civile. Per il diritto internazionale, infatti, gli “insorti” sono legittimi combattenti che hanno ottenuto uno stabile controllo di una parte del territorio. In sostanza, gli “insorti”in lotta contro uno Stato possono essere considerati soggetti di diritto internazionale e in quanto tali destinatari in particolare delle norme proprie del diritto internazionale. Non credo proprio, in sostanza, che i ribelli o terroristi che dir si voglia che hanno assaltato Capitol Hill, la sede del Congresso degli Stati Uniti, possano essere definiti insorti. Anche se, come l’Ansa ha informato “con il passare delle ore (l’azione dei rivoltosi nda) assomiglia sempre più ad un'insurrezione.” Insomma, andiamo cauti con l’utilizzo dei termini che, dal punto di vista giuridico, hanno un loro specifico significato.

Sono trascorsi più di cinquant’anni da quando, non ancora diciottenne, appassionata di giornalismo, chiesi al redattore di uno dei quotidiani della mia città, di poter collaborare, con la redazione. E da quella volta, ovvero quando il prontuario Ansa era per noi bibbia e vangelo, molta acqua è passata sotto i ponti. Ma non per me che, cresciuta in quella scuola, ho sempre seguito il criterio di utilizzare i sinonimi soltanto laddove utili ad evitare cacofonie. Ma con particolare attenzione ad usare termini in maniera tecnica. E ciò, ancor di più, dopo la conclusione dei miei studi giuridici. Così la mia città, Gorizia, poteva utilmente essere chiamata anche il capoluogo isontino, Monfalcone, la città dei cantieri, Palmanova, la città stellata e via dicendo.

Per questa caparbietà, sono costantemente infastidita dall’improprio uso del termine “governatore” che gli organi di stampa ed i media in genere utilizzano abitualmente per definire il giuridicamente corretto “presidente” della regione o della giunta regionale, in base ai diversi statuti regionali. La questione mi sta talmente a cuore da aver segnalato, nelle scorse settimane, all’ordine regionale dei giornalisti la questione, chiedendo uno specifico intervento del presidente Cristiano Degano. Anche se, a tale proposito, nutro poche speranze, tenuto conto che lo stesso Ordine dei giornalisti regionale, nei suoi comunicati, utilizza ambiguamente questo termine. Chi legge potrà anche ritenere che la questione sia irrilevante, insomma, una questione di lana caprina ma, evidentemente, la penso diversamente, per lo stesso motivo per cui ho sobbalzato alla lettura del termine “insorti” a proposito dei rivoltosi americani. Perché un termine ambiguo può fare da apripista ad una evoluzione nel diritto, così come, in tempi di Coronavirus, è avvenuto per le “autocertificazioni” a proposito del quale sarebbe interessante soffermarsi e certamente lo farò.

Peraltro, a proposito del fatto che le regioni italiane non hanno governatori, ma presidenti, lo ha evidenziato anche Vittorio Coletti, linguista, lessicografo e consigliere dell'Accademia della Crusca. Infatti, al quesito posto alla prestigiosa Istituzione se sia opportuno usare, come i media fanno ormai da tempo, il termine governatore riferito ai presidenti delle regioni, questa è stata la risposta. “Come il premier inglese non è previsto, né nel nome né nei poteri e ruoli, dalla nostra costituzione, così i governatori non hanno posto nel nostro ordinamento. In Italia, l’unico a potersi fregiare di questo titolo è appunto il governatore della Banca d’Italia, come ha ricordato Antonio Patuelli. Con questo nome designano il loro massimo dirigente anche altre banche nazionali e gli inglesi lo usano pure per membri di qualche consiglio di amministrazione. In ogni caso basta un’occhiata a Wikipedia per controllare dove è in uso il corrispondente del nostro governatore e si fa presto a vedere che, in campo politico-istituzionale, questo titolo designa quasi sempre il capo di governo di uno stato inserito in una federazione, come negli USA. La parola è ripresa proprio dagli Stati Uniti, ma non è ovviamente un anglismo. Se non vogliamo retrocedere sino a ricordare il celebre e infelice “governatore della Giudea”, Ponzio Pilato, delle antiche traduzioni della Bibbia, potremmo anche fermarci ai governatori dei territori africani ai tempi dell’Impero fascista, tanto per citare un precedente non proprio onorevole di questo titolo. Abusivamente i giornali lo hanno attribuito ai presidenti delle nostre regioni, che in effetti tendono sempre più a fare da governatori, ma non lo sono, anche perché non è uno stato confederato con altri quello di cui presiedono il governo. Posta dunque l’improprietà istituzionale del nome, come quella di premier, frutto dell’americomania dei nostri media, riflettiamo un po’ sulla parola, visto che è pienamente nostra, discesa dal latino gubernatorem, e già attestata in italiano dal Duecento. In latino il significato di base era quello di chi regge il governo di una nave, il timoniere che la governa. Ma già in latino si era sviluppato quello esteso di ‘guidatore, reggitore’, anche con responsabilità politiche. Il TLIO (Tesoro della lingua italiana delle origini) registra quasi tutti questi valori dal tardo XIII secolo, dal “governatore de la nave” citato nei Fatti di Cesare ai “Nove governatori e difenditori del chomune e del popolo di Siena” di un documento senese della stessa epoca, passando attraverso valenze più generiche di guida spirituale o politica. La prima edizione del Vocabolario della Crusca, che categorizza la parola anche come aggettivo, restringe ormai il significato al ruolo di capo politico. Come si può vedere consultando la minuziosa voce del GDLI (Grande dizionario della lingua italiana), la parola è passata dal suggerire un ruolo morale a indicarne uno via via più organizzativo e infine decisamente istituzionale (sembra soprattutto dal XVI secolo). Anche il femminile governatrice, sia pure con un ventaglio più ristretto di significati e senza responsabilità politiche, circola dal Duecento. Dunque governatore è parola antica, pienamente italiana. Ma non è corretto utilizzarla per designare i presidenti delle regioni in Italia, anche se ha nella sua lunga storia precedenti di stampo istituzionale, ai più diversi livelli e in differenti àmbiti (civile, religioso, amministrativo, militare ecc.). Il valore che le si attribuisce oggi è, come si diceva, quello che assimila il ruolo denominato a quello del capo del governo di uno stato aggregato ad altri in una federazione governata da un presidente, come negli USA. Questa caratteristica non si dà in Italia, né nell’ordinamento statuale né in quelli regionali. Ma è vero che l’uso e l’abuso della parola in parte rispecchiano una realtà politica e istituzionale in evoluzione (dei presidenti di regione verso il ruolo e i poteri del governatore americano, delle regioni verso una specie di stato) e il desiderio o l’ambizione non nascosti dei capi delle giunte regionali, specie dopo che il sistema elettorale li ha fortemente messi in rilievo. Usando allora governatore, i giornali e la gente avallano un (modesto) abuso istituzionale e favoriscono un evidente progetto politico. Chi non approva l’uno e non condivide l’altro, farebbe bene a starci attento a usare la parola, anche se temo che ormai sia tardi per far retrocedere certi presidenti di regione dal rango superiore dei governatori a quello di semplici presidenti. Ancora più difficile indurre i media alla precisione invece che allo stereotipo. L’archivio della “Repubblica” dal 1984 a oggi registra più di 110 mila attestazioni di governatore. Orbene, fino al 2000 erano solo 10 mila, più di 3 mila dei quali erano quelli, autentici, della Banca d’Italia e (circa 300) degli stati americani. Quindi meno di 7 mila. Ma i 7 mila governatori abusivi in 16 anni sono diventati circa 94 mila in 20: a tanto ammonta il loro numero sottraendo gli oltre 5 mila legittimi, riferiti alla massima autorità della nostra Banca centrale o a quella della BCE e (circa 600) e a capi di governo degli stati confederati in USA: una crescita, direbbero subito i giornali, davvero “esponenziale”!

venerdì 1 gennaio 2021

Ricordi dicembrini

Non credo in un futuro distopico, anche se in molti lo paventano. Personalmente adoro la serie televisiva The Handmaid's Tale ed anzi attendo con ansia l’uscita della quarta stagione ma non credo, o perlomeno spero, che un simile futuro ci possa riguardare. Ieri, ultimo giorno del 2020 ho iniziato a scrivere questo breve post che mi ero ripromessa di pubblicare entro mezzanotte. Ma raramente si riescono a rispettare gli impegni se non si è totalmente liberi di dedicarsi a fare ciò che si vuole. Ieri, ad esempio, i miei gatti avevano una strana smania. Volevano uscire e poi rientrare. Ininterrottamente. Tutto il giorno. Comunque, mai come il 2020, anno in cui ho raggiunto l’ambito traguardo dei 70 anni in buona salute, anzi direi ottima, tenuto conto che non ho la necessità di alcun farmaco, mi sono crogiolata nei ricordi. Ad esempio, l’altra mattina mi sono svegliata con una voglia irrefrenabile di fusette. Che ho provveduto immediatamente ad acquistare online, tenuto conto che, in città, non saprei proprio dove trovarle. Forse avrebbe potuto averle Massimo in via del Poggio; insomma, in quella drogheria d’altri tempi, dove veramente l'offerta è inimmaginabile. Poi, in giornata, per completare l’atmosfera, sono andata al supermercato ed ho fatto scorta di bagigi e di mandarini. Nulla più di queste cose mi ricordano l’ infanzia trascorsa al civico n. 9 di via San Gabriele quando, ancora, le due file di ippocastani delimitavano la carreggiata e, per noi ragazzi, erano la nostra verde dimora. Perché, all’epoca, e non soltanto durante la bella stagione, le giornate venivano trascorse all’aperto, in strada. I giochi interminabili venivano interrotti soltanto dal richiamo della mamma che avvertiva dell’ora della merenda o, comunque, l’ora di rientrare in casa per dedicarci a “qualcosa di buono”. E questo significava, inevitabilmente, che i compiti non erano ancora stati completati. Chi appartiene alla mia generazione avrà certamente i miei medesimi ricordi. Il campanon disegnato sull’asfalto della via che veniva percorso da pochissimi mezzi, tenuto conto che la strada ad un certo punto veniva interrotta dal confine ed i mezzi non potevano attraversare il ponte di legno sul torrente Corno. Chi l’avrebbe mai detto che la via San Gabriele sarebbe diventata una delle strade più trafficate della città, soprattutto dopo la chiusura della galleria Bombi? Anche giocare a mosca cieca mi divertiva molto, ma credo che la cosa più piacevole sia stata proprio la vita in strada con le amiche, le vicine di casa o compagne di scuola, con le quali ho mantenuto un rapporto di amicizia, e mi piace sempre ritrovare, anche dopo molto tempo se per motivi di lavoro o scelte di vita se ne sono andate via lontano dalla città; o non ho più rivisto anche soltanto per frequentazioni diverse, nonostante la città in cui vivo sia davvero minuscola, tanto quanto un quartiere milanese. Mi fa sempre comunque molto piacere rivedere persone con le quali ho condiviso anche solo pochi frammenti della mia vita. Perché ogni esperienza, ogni conoscenza, ogni libro o film consigliato, ogni viaggio, ricetta o scoperta ha contribuito ad arricchirmi e rendermi ciò che sono oggi. Buon anno a tutti!

Iperpolitica. Anche l'Italia conosce il fiume che scompare

Dalla Lega delle origini al Movimento 5 Stelle, fino alla nascita di Futuro Nazionale, la politica italiana è stata attraversata da ondate d...