Dalla Lega delle origini al Movimento 5 Stelle, fino alla nascita di Futuro Nazionale, la politica italiana è stata attraversata da ondate di protesta, indignazione e promesse di cambiamento. Ma che cosa rimane quando l'entusiasmo si esaurisce? Un articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak, pubblicato su Delo e ispirato alle riflessioni del filosofo belga Anton Jäger sull'iperpolitica, offre lo spunto per interrogarsi su un fenomeno che non conosce confini: la crescente capacità della politica di mobilitare i cittadini e la sua difficoltà a trasformare quella partecipazione in risultati concreti e duraturi.
«Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento». È una frase del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che mi è tornata in mente leggendo un interessante articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak Gabrijelčič, pubblicato il 10 ottobre sul quotidiano Delo. L'autore richiama il concetto di iperpolitica, elaborato dal giovane filosofo belga Anton Jäger, per interpretare una situazione che riguarda da vicino la Slovenia, alle prese con una nuova stagione di mobilitazione politica e referendaria. Ma leggendo quelle considerazioni mi sono chiesta quanto di questa analisi possa essere applicato anche all'Italia.
Jäger definisce l'iperpolitica come una politicizzazione estrema priva di conseguenze politiche durature. Una società attraversata da ondate di indignazione, proteste, partecipazione emotiva, nella quale tuttavia l'energia collettiva fatica a tradursi in strutture organizzate, istituzioni solide e cambiamenti stabili. È l'immagine di un fiume impetuoso che periodicamente esonda, travolge ciò che incontra e poi scompare, lasciando dietro di sé ben poco di ciò che aveva promesso.
Se guardiamo alla storia politica italiana degli ultimi trentacinque anni, le analogie non mancano. Pensiamo alla Lega dei primi anni Novanta, nata come movimento di protesta contro il centralismo romano, la partitocrazia e un sistema politico travolto dalle inchieste giudiziarie. La sua forza stava nella capacità di interpretare un malessere diffuso e di trasformarlo in una mobilitazione popolare che aveva anche solide radici territoriali. La Lega non è scomparsa, anzi ha partecipato ripetutamente al governo del Paese. Ma che cosa rimane oggi delle promesse originarie, della rivoluzione federalista, dell'idea di un radicale cambiamento dei rapporti tra Stato e territori? La trasformazione da movimento autonomista settentrionale a partito nazionale ha modificato profondamente la sua identità.
Qualcosa di analogo, pur con caratteristiche completamente diverse, è accaduto con il Movimento 5 Stelle, nato nel 2009 e cresciuto attraverso la contestazione della politica tradizionale. Anche in quel caso la mobilitazione è stata straordinaria. Le piazze, la rete, il rifiuto dei partiti, la promessa di restituire il potere ai cittadini hanno alimentato un consenso che nel 2018 ha portato il Movimento a diventare la prima forza politica italiana. Eppure, il passaggio dalla protesta al governo ha imposto compromessi, trasformazioni e contraddizioni. Il Movimento esiste ancora, ma la sua identità attuale è molto diversa da quella delle origini. La promessa di superare il sistema dei partiti si è confrontata con la necessità di diventare, a sua volta, un partito.
Oggi assistiamo alla comparsa di Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci. Anche qui ritroviamo alcuni elementi ricorrenti: la centralità di una figura carismatica, il linguaggio della rottura, la contrapposizione a un sistema presentato come incapace di rappresentare una parte dei cittadini. È ancora presto per stabilire quale sarà il suo percorso. Ma proprio questa nuova esperienza solleva una domanda: siamo di fronte alla costruzione di una forza politica destinata a consolidarsi oppure a un'altra ondata di mobilitazione destinata a esaurirsi quando verrà meno la spinta iniziale?
Naturalmente, sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano esperienze tanto diverse. La Lega ha costruito un'organizzazione territoriale e una presenza istituzionale che durano da decenni. Il Movimento 5 Stelle ha inciso sugli equilibri parlamentari e sulle scelte di governo. Non si può dunque sostenere che non abbiano prodotto conseguenze politiche. Il punto, però, è un altro: quanto delle aspettative suscitate si è tradotto in trasformazioni strutturali? E quanto, invece, si è consumato nella continua ricerca di una nuova protesta, di un nuovo leader, di un nuovo soggetto politico capace di raccogliere la delusione lasciata dal precedente?
È qui che l'analisi di Jäger diventa particolarmente interessante. La politica contemporanea sembra avere una straordinaria capacità di accendere passioni e una crescente difficoltà a costruire appartenenze durature. Le organizzazioni collettive che un tempo collegavano i cittadini alle istituzioni — partiti, sindacati, associazioni, organismi intermedi — hanno perso una parte importante della loro funzione. Al loro posto si sono affermate forme di partecipazione più immediate, spesso concentrate intorno a un leader o a una singola battaglia. I social network hanno amplificato questa trasformazione, rendendo possibile una mobilitazione rapidissima, ma non necessariamente capace di sopravvivere al momento dell'indignazione.
Eppure, una democrazia non può vivere soltanto di mobilitazioni intermittenti. Ha bisogno di organizzazioni, di competenze, di continuità e soprattutto della capacità di trasformare il consenso in decisioni e le decisioni in risultati. Non basta riempire una piazza, conquistare milioni di visualizzazioni o vincere un'elezione. Occorre poi governare i processi, assumersi responsabilità e accettare che il cambiamento richieda tempi assai più lunghi di quelli della comunicazione politica.
La riflessione di Luka Lisjak nasce dalla situazione slovena, ma il problema attraversa i confini. In Italia, forse, assume una dimensione ancora più evidente, perché da oltre trent'anni assistiamo alla successione di promesse di rinnovamento radicale, ciascuna presentata come la risposta definitiva al fallimento della precedente.
Il rischio non è soltanto la delusione di chi aveva creduto in quelle promesse. È qualcosa di più profondo: la progressiva perdita di fiducia nella possibilità stessa che la politica possa cambiare le cose. Ogni entusiasmo tradito alimenta una nuova indignazione, ogni indignazione cerca un nuovo interprete, ogni nuovo interprete promette di ricominciare da zero. E intanto si indebolisce proprio ciò di cui una democrazia avrebbe maggiore bisogno: la capacità di costruire, conservare e migliorare.
Forse è questo il significato più attuale della frase di Ortega y Gasset. Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento. E quando lo scoraggiamento diventa collettivo, il pericolo non è più soltanto che i cittadini cambino partito o leader, ma che smettano di credere nell'utilità della partecipazione politica.
Il fiume dell'iperpolitica può continuare a esondare. La questione è se sapremo finalmente costruirgli degli argini, non per soffocare la partecipazione, ma per darle una direzione e una durata.






