venerdì 6 novembre 2026

Il futuro è già sugli scaffali. E qualche volta somiglia al passato


Una passeggiata alla SME, tra innovazioni sorprendenti, vecchi ricordi e oggetti che raccontano come siamo cambiati.

Sono entrata alla SME con un obiettivo ben preciso: dare un'occhiata ai piani cottura a induzione e farmi un'idea dei modelli e dei prezzi in vista dell'imminente Black Friday. Meglio arrivare preparati all'appuntamento con gli sconti, soprattutto quando si tratta di un acquisto importante. La SME è un grande punto vendita dove si trova praticamente tutto ciò che riguarda la casa, dagli elettrodomestici all'elettronica, passando per gli oggetti di uso quotidiano e le ultime novità che il mercato propone.

In questi giorni, al piano terra, è già Natale: decorazioni, addobbi, casalinghi a tema e tutto quanto può servire per preparare la casa alle festività. Anche qui, tra luci a LED e decorazioni sempre più sofisticate, si ritrovano forme e simboli che accompagnano il Natale da generazioni. Cambiano i materiali, cambiano le tecnologie, ma continuiamo a cercare le stesse atmosfere. Al primo piano, invece, si apre il mondo degli elettrodomestici, dei televisori e dell'elettronica, con una quantità di prodotti che testimoniano quanto rapidamente cambino le nostre abitudini e quanto sia instancabile la fantasia di chi progetta nuovi oggetti da proporci.

Dopo aver esaminato i piani a induzione, non ho resistito alla tentazione di fermarmi davanti alle affettatrici Berkel. Sono da sempre un mio sogno nel cassetto, soprattutto quelle bellissime macchine che sembrano appartenere a un'altra epoca, quando anche un oggetto destinato a un uso pratico poteva essere un piccolo capolavoro di meccanica e di design. Il problema è che, se anche decidessi di regalarmene una, non saprei proprio dove metterla. E così, ancora una volta, mi sono accontentata di ammirarle. Del resto, non tutti i sogni devono necessariamente trasformarsi in acquisti. E forse proprio la Berkel, con la sua meccanica tradizionale e il suo fascino immutato, avrebbe dovuto suggerirmi fin dall'inizio che il rapporto tra passato e futuro sarebbe stato il tema della mia visita.

A quel punto, non avendo fretta, ho deciso di fare un giro per il negozio. Ed è stata una scoperta continua. Tra uno scaffale e l'altro mi sono imbattuta in una serie di oggetti che mi hanno davvero sorpresa, alcuni divertenti, altri curiosi, altri ancora talmente innovativi da sembrare usciti da un film di fantascienza. Ma la cosa più interessante è stata accorgermi che, accanto alle novità tecnologiche, ricomparivano oggetti che appartengono alla memoria della mia generazione. Come se il futuro e il passato avessero deciso di darsi appuntamento proprio lì, tra gli scaffali.

La prima sorpresa è arrivata dal reparto dedicato agli animali domestici. Un tempo si trovavano ciotole, cucce, qualche gioco e poco altro. Oggi, invece, i nostri amici a quattro zampe possono disporre di autentici apparecchi tecnologici. Ho scoperto una lettiera per gatti che sembra una piccola navicella spaziale, capace di pulirsi automaticamente, e un'altra che assomiglia a una sfera bianca con un'apertura circolare. Accanto, distributori automatici di cibo e acqua, ciotole intelligenti e persino una casetta per uccelli dotata di telecamera, per osservare da vicino i visitatori alati del proprio giardino. Mi sono chiesta che cosa ne penserebbero i miei gatti, abituati da sempre a considerare la casa una loro proprietà e gli esseri umani semplicemente il personale di servizio. Ripensando a quando ero bambina, mi sono resa conto di quanto sia cambiato anche il nostro rapporto con gli animali domestici. Non soltanto perché oggi riserviamo loro attenzioni e cure un tempo impensabili, ma perché abbiamo cominciato a trasferire anche nel loro mondo quella tecnologia che già governa buona parte della nostra vita.

Ma le sorprese non erano finite. Poco più avanti ho incontrato un oggetto decisamente più impegnativo: un esoscheletro. Non quello dei film di fantascienza, naturalmente, ma un dispositivo da indossare che promette di ridurre la fatica durante il movimento e di offrire un sostegno alla camminata. Si chiama NAVEe EXO 5 Pro e, secondo la pubblicità, può diminuire lo sforzo fisico fino al 35 per cento. Una sorta di assistente meccanico che accompagna le gambe, aiutandole nei movimenti. Non so quanto sia efficace nella pratica, ma il solo fatto che un apparecchio del genere venga proposto al pubblico in un normale negozio mi sembra significativo. Mi sono tornate alla mente le immagini dei primi robot che vedevamo nei film e nei programmi televisivi di tanti anni fa. Allora ci sembravano invenzioni destinate a un futuro lontanissimo. Oggi quel futuro è arrivato, almeno in parte, e lo troviamo in vendita accanto agli aspirapolvere.

Poi i droni. Non sono certo una novità, ma quello esposto, un modello Antigravity A1, promette riprese immersive a 360 gradi e un'esperienza di volo particolarmente coinvolgente. Guardando lo schermo che mostrava spettacolari paesaggi montani, ho pensato a quanto sia cambiato il nostro rapporto con le immagini. Ricordo quando per fotografare bisognava scegliere con attenzione che cosa immortalare, perché ogni scatto aveva un costo e il risultato si scopriva soltanto dopo lo sviluppo del rullino. Oggi possiamo realizzare centinaia di fotografie in pochi minuti, cancellarle, modificarle e condividerle immediatamente. E possiamo perfino osservare il mondo dall'alto con un piccolo apparecchio che sta comodamente in una borsa. Certo, bisogna anche imparare a pilotarlo, rispettare le regole e, possibilmente, evitare di farlo finire sul tetto del vicino. Ma è straordinario pensare a quanta strada abbiamo percorso in così poco tempo.

Eppure, in mezzo a tanta tecnologia, ecco comparire qualcosa che appartiene a un'altra epoca: il Tamagotchi. Quel piccolo animaletto elettronico che negli anni Novanta conquistò bambini e ragazzi è tornato sugli scaffali, con tanto di espositori coloratissimi per celebrare il suo trentesimo anniversario. Un essere virtuale da nutrire, accudire e far crescere, proprio come trent'anni fa. Mi ha fatto sorridere pensare che, mentre la tecnologia sviluppa sistemi sempre più sofisticati per occuparsi degli animali veri, continuiamo a divertirci prendendoci cura di quelli immaginari. Ma soprattutto mi ha colpito il ritorno di un oggetto che sembrava destinato a scomparire, travolto dall'evoluzione dei videogiochi e degli smartphone. Evidentemente anche la tecnologia ha una sua memoria e, qualche volta, decide di recuperarla.

Poco distante, un intero reparto dedicato ai personaggi dei cartoni animati e dei fumetti giapponesi. One Piece, Pokémon e una quantità impressionante di pupazzetti da collezione, molti dei quali racchiusi nelle caratteristiche scatole dei Funko Pop. Oggetti che per qualcuno sono semplici giocattoli e per altri rappresentano un vero universo culturale, fatto di storie, personaggi, passioni e collezioni. Mi sono chiesta se, in fondo, questi piccoli personaggi non svolgano oggi la stessa funzione delle figurine, dei soldatini e delle bambole che accompagnavano l'infanzia delle generazioni precedenti. Cambiano i protagonisti, cambiano i materiali e soprattutto cambiano i prezzi, ma il desiderio di possedere, raccogliere e conservare piccoli oggetti legati ai propri ricordi sembra essere rimasto intatto.

Infine, un'altra sorpresa, forse quella che mi ha fatto più piacere: i dischi in vinile. Proprio loro, i vecchi 33 giri che per decenni abbiamo sistemato nelle nostre librerie, prima di sostituirli con cassette, compact disc e infine con la musica digitale. Eccoli nuovamente in vendita, con le loro grandi copertine, le buste di cartone e quella materialità che la musica ascoltata attraverso un telefono ha inevitabilmente perduto. Non soltanto ristampe di vecchi successi, ma anche produzioni recenti. Qui la memoria si è fatta particolarmente viva. Per la mia generazione un disco non era soltanto musica. Era un oggetto da scegliere, acquistare, portare a casa, ascoltare e riascoltare. La copertina diventava familiare, le canzoni si legavano a momenti della vita, a persone e luoghi che ancora oggi riaffiorano non appena risentiamo una certa melodia. La musica digitale ci ha regalato una libertà di ascolto straordinaria, ma forse ci ha tolto qualcosa di quel rapporto fisico, quasi affettivo, con i dischi. Vederli nuovamente sugli scaffali mi ha fatto pensare che non sempre ciò che viene superato tecnologicamente perde anche il proprio valore.

È stato proprio davanti ai vinili che ho trovato il filo conduttore di quella passeggiata. In fondo, la tecnologia e la memoria non sono necessariamente in contraddizione. La prima modifica continuamente il nostro modo di vivere, la seconda ci permette di riconoscere ciò che resta, anche quando tutto sembra cambiare. Un'affettatrice Berkel, un Tamagotchi, un disco in vinile raccontano epoche diverse, ma anche la capacità degli oggetti di sopravvivere alla loro funzione originaria, diventando simboli, ricordi, qualche volta persino piccoli oggetti del desiderio.

Ripensando a quello che ho visto, mi sono resa conto di quanto sia cambiato il mondo nel corso della mia vita. Ho conosciuto un tempo in cui il televisore era una novità, il telefono aveva un filo e per ascoltare la musica bisognava mettere un disco sul giradischi. Ho assistito all'arrivo dei primi computer, dei telefoni cellulari, di Internet e poi degli smartphone. Ogni volta sembrava che fosse stata raggiunta una conquista definitiva, e ogni volta, dopo pochi anni, arrivava qualcosa di nuovo a modificare ancora le nostre abitudini. La cosa che mi affascina maggiormente non è soltanto la velocità del progresso, ma il fatto di poter confrontare direttamente mondi così diversi, perché li ho conosciuti entrambi.

Non sono una persona che rimpiange continuamente il passato. Anzi, mi piace scoprire le novità, capire come funzionano le cose e osservare in quale direzione stiamo andando. Naturalmente, non tutto quello che viene inventato è indispensabile e qualche volta mi domando se certi oggetti rispondano a un bisogno reale oppure se sia la pubblicità a convincerci che non possiamo più farne a meno. Ma credo anche che la memoria non debba diventare un rifugio nel quale chiudersi per evitare il presente. Serve piuttosto a comprenderlo, a misurare le trasformazioni e, perché no, ad apprezzare meglio le opportunità che abbiamo oggi.

Alla fine sono uscita dalla SME senza aver comprato nulla e senza aver ancora deciso quale piano a induzione scegliere. In compenso, ho scoperto un sacco di cose che non sapevo nemmeno esistessero e ne ho ritrovate altre che credevo appartenessero ormai soltanto ai ricordi. La Berkel è rimasta dov'era, i miei gatti continueranno ad avere una lettiera tradizionale e per il Black Friday avrò ancora qualche giorno per pensarci. Ma mi sono divertita. E soprattutto ho avuto la conferma di una convinzione che mi accompagna da tempo: la memoria è preziosa, ma non deve impedirci di guardare avanti. Perché il bello di aver vissuto abbastanza a lungo da ricordare com'era il mondo ieri è poter continuare a stupirsi di come sarà domani. Anche quando si esce di casa soltanto per scegliere un piano cottura.

lunedì 12 ottobre 2026

Iperpolitica. Anche l'Italia conosce il fiume che scompare


Dalla Lega delle origini al Movimento 5 Stelle, fino alla nascita di Futuro Nazionale, la politica italiana è stata attraversata da ondate di protesta, indignazione e promesse di cambiamento. Ma che cosa rimane quando l'entusiasmo si esaurisce? Un articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak, pubblicato su
Delo e ispirato alle riflessioni del filosofo belga Anton Jäger sull'iperpolitica, offre lo spunto per interrogarsi su un fenomeno che non conosce confini: la crescente capacità della politica di mobilitare i cittadini e la sua difficoltà a trasformare quella partecipazione in risultati concreti e duraturi.

«Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento». È una frase del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che mi è tornata in mente leggendo un interessante articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak Gabrijelčič, pubblicato il 10 ottobre sul quotidiano Delo. L'autore richiama il concetto di iperpolitica, elaborato dal giovane filosofo belga Anton Jäger, per interpretare una situazione che riguarda da vicino la Slovenia, alle prese con una nuova stagione di mobilitazione politica e referendaria. Ma leggendo quelle considerazioni mi sono chiesta quanto di questa analisi possa essere applicato anche all'Italia.

Jäger definisce l'iperpolitica come una politicizzazione estrema priva di conseguenze politiche durature. Una società attraversata da ondate di indignazione, proteste, partecipazione emotiva, nella quale tuttavia l'energia collettiva fatica a tradursi in strutture organizzate, istituzioni solide e cambiamenti stabili. È l'immagine di un fiume impetuoso che periodicamente esonda, travolge ciò che incontra e poi scompare, lasciando dietro di sé ben poco di ciò che aveva promesso.

Se guardiamo alla storia politica italiana degli ultimi trentacinque anni, le analogie non mancano. Pensiamo alla Lega dei primi anni Novanta, nata come movimento di protesta contro il centralismo romano, la partitocrazia e un sistema politico travolto dalle inchieste giudiziarie. La sua forza stava nella capacità di interpretare un malessere diffuso e di trasformarlo in una mobilitazione popolare che aveva anche solide radici territoriali. La Lega non è scomparsa, anzi ha partecipato ripetutamente al governo del Paese. Ma che cosa rimane oggi delle promesse originarie, della rivoluzione federalista, dell'idea di un radicale cambiamento dei rapporti tra Stato e territori? La trasformazione da movimento autonomista settentrionale a partito nazionale ha modificato profondamente la sua identità.

Qualcosa di analogo, pur con caratteristiche completamente diverse, è accaduto con il Movimento 5 Stelle, nato nel 2009 e cresciuto attraverso la contestazione della politica tradizionale. Anche in quel caso la mobilitazione è stata straordinaria. Le piazze, la rete, il rifiuto dei partiti, la promessa di restituire il potere ai cittadini hanno alimentato un consenso che nel 2018 ha portato il Movimento a diventare la prima forza politica italiana. Eppure, il passaggio dalla protesta al governo ha imposto compromessi, trasformazioni e contraddizioni. Il Movimento esiste ancora, ma la sua identità attuale è molto diversa da quella delle origini. La promessa di superare il sistema dei partiti si è confrontata con la necessità di diventare, a sua volta, un partito.

Oggi assistiamo alla comparsa di Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci. Anche qui ritroviamo alcuni elementi ricorrenti: la centralità di una figura carismatica, il linguaggio della rottura, la contrapposizione a un sistema presentato come incapace di rappresentare una parte dei cittadini. È ancora presto per stabilire quale sarà il suo percorso. Ma proprio questa nuova esperienza solleva una domanda: siamo di fronte alla costruzione di una forza politica destinata a consolidarsi oppure a un'altra ondata di mobilitazione destinata a esaurirsi quando verrà meno la spinta iniziale?

Naturalmente, sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano esperienze tanto diverse. La Lega ha costruito un'organizzazione territoriale e una presenza istituzionale che durano da decenni. Il Movimento 5 Stelle ha inciso sugli equilibri parlamentari e sulle scelte di governo. Non si può dunque sostenere che non abbiano prodotto conseguenze politiche. Il punto, però, è un altro: quanto delle aspettative suscitate si è tradotto in trasformazioni strutturali? E quanto, invece, si è consumato nella continua ricerca di una nuova protesta, di un nuovo leader, di un nuovo soggetto politico capace di raccogliere la delusione lasciata dal precedente?

È qui che l'analisi di Jäger diventa particolarmente interessante. La politica contemporanea sembra avere una straordinaria capacità di accendere passioni e una crescente difficoltà a costruire appartenenze durature. Le organizzazioni collettive che un tempo collegavano i cittadini alle istituzioni — partiti, sindacati, associazioni, organismi intermedi — hanno perso una parte importante della loro funzione. Al loro posto si sono affermate forme di partecipazione più immediate, spesso concentrate intorno a un leader o a una singola battaglia. I social network hanno amplificato questa trasformazione, rendendo possibile una mobilitazione rapidissima, ma non necessariamente capace di sopravvivere al momento dell'indignazione.

Eppure, una democrazia non può vivere soltanto di mobilitazioni intermittenti. Ha bisogno di organizzazioni, di competenze, di continuità e soprattutto della capacità di trasformare il consenso in decisioni e le decisioni in risultati. Non basta riempire una piazza, conquistare milioni di visualizzazioni o vincere un'elezione. Occorre poi governare i processi, assumersi responsabilità e accettare che il cambiamento richieda tempi assai più lunghi di quelli della comunicazione politica.

La riflessione di Luka Lisjak nasce dalla situazione slovena, ma il problema attraversa i confini. In Italia, forse, assume una dimensione ancora più evidente, perché da oltre trent'anni assistiamo alla successione di promesse di rinnovamento radicale, ciascuna presentata come la risposta definitiva al fallimento della precedente.

Il rischio non è soltanto la delusione di chi aveva creduto in quelle promesse. È qualcosa di più profondo: la progressiva perdita di fiducia nella possibilità stessa che la politica possa cambiare le cose. Ogni entusiasmo tradito alimenta una nuova indignazione, ogni indignazione cerca un nuovo interprete, ogni nuovo interprete promette di ricominciare da zero. E intanto si indebolisce proprio ciò di cui una democrazia avrebbe maggiore bisogno: la capacità di costruire, conservare e migliorare.

Forse è questo il significato più attuale della frase di Ortega y Gasset. Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento. E quando lo scoraggiamento diventa collettivo, il pericolo non è più soltanto che i cittadini cambino partito o leader, ma che smettano di credere nell'utilità della partecipazione politica.

Il fiume dell'iperpolitica può continuare a esondare. La questione è se sapremo finalmente costruirgli degli argini, non per soffocare la partecipazione, ma per darle una direzione e una durata.

 

venerdì 18 settembre 2026

Crona, la parola che non si scioglie nella neve


Giovedì 17 settembre, a Casa Candussi Pasiani, il Comune di Romans d'Isonzo e la Pro Loco Romans d'Isonzo APS hanno organizzato «Una nevicata di parole per salutare l'estate», una serata di lettura condivisa aperta a tutti. Ogni partecipante aveva tre minuti per leggere un testo, proprio o di un altro autore, poesia o prosa: una pagina rimasta legata a un momento della vita. Le letture si sono alternate per tutta la serata, punteggiate dagli interventi musicali delle allieve della Baby Piano School. Ho scelto di leggere un testo mio, su una parola che in questi mesi mi accompagna: crona.

venerdì 28 agosto 2026

Cesare Pavese: un dovere sentimentale


Il ricordo di Cesare Pavese nell'anniversario della morte: gli anni dell'adolescenza, il fuorisacco del Messaggero Veneto e le Langhe scoperte tra Collio e Carso.

Ricordare Cesare Pavese, per me, è quasi un dovere sentimentale. Quindi eccomi qua a raccontare che, una vita fa, andai anche a consultare i giornali dell'epoca del 27 agosto 1950 - data che per me ha finito per avere un doppio significato, come si capirà più avanti - e mi stupii, non poco, nello scoprire che gli era stato dedicato un solo trafiletto. Titolo ad una colonna. Insomma irrilevante. Eppure fu in quella occasione che venni a conoscenza di una cosa interessante: non si sparò - non so come mai, ma avevo immaginato fosse stato quello il suo modo di liberarsi dell'angoscia che lo tormentava - ma prese un'intera confezione di sonniferi. Un modo meno scenografico, forse, più soft, diremmo oggi, di una pistola puntata alla tempia.

mercoledì 26 agosto 2026

Addio Dolly. La donna che scoprii dietro una canzone

Da Wikipedia
Non conoscevo Dolly Parton, e non conoscevo nemmeno la musica country. Anzi, una vita fa, quando andai in America e Giuliano Almerigogna mi chiese di portargli un paio di CD di musica country, mi stupii non poco: non mi sembrava uno stile particolarmente interessante. L'ho scoperto molto più tardi. Ed ora non c'è play list su Alexa che non comprenda almeno un paio di can zoni di Dolly Parton e di Jhon Denver. Dolly Parton è entrata nella mia vita solo anni dopo, per una porta laterale: una canzone, I Will Always Love You.  Come milioni di persone, avevo conosciuto quella canzone attraverso la voce di Whitney Houston e il film La guardia del corpo. Era il 1992 e quella interpretazione sembrava appartenere completamente a lei: la partenza quasi sussurrata, poi la voce che cresce, sale, e alla fine riempie tutto lo spazio possibile. Per molto tempo, nella mia testa, I Will Always Love You è stata Whitney Houston.

giovedì 13 agosto 2026

Pace, guerra e armi: due proposte di legge per l’Italia

La pace e il business della guerra
La guerra è anche un enorme business. Ma quanto investiamo nella pace? Un confronto tra Italia Neutrale e la proposta “Un’altra difesa è possibile”.


Nel podcast pubblicato domenica 9 agosto, con l'intervista a dom Stefano Visintin, abbiamo parlato di pace e di amore, due parole che diventano facilmente astratte, se non retoriche, quando non le misuriamo con quello che succede intorno a noi.

lunedì 27 luglio 2026

La pastasciutta antifascista: cos'è e perché se ne discute

Una delle tante locandine in Italia

Da dove nasce la pastasciutta antifascista del 25 luglio, il legame con i fratelli Cervi e le polemiche 2026 su antifascismo e comunismo.

Il 25 luglio, in centinaia di piazze italiane, si è ripetuto un rito ormai consolidato: la pastasciutta antifascista.

L'origine: Campegine, 25 luglio 1943

Il nome e il gesto nascono da un episodio preciso. Il 25 luglio 1943, appresa la notizia della caduta di Mussolini e dell'arresto ordinato dal re, la famiglia Cervi — sette fratelli contadini di Campegine, in provincia di Reggio Emilia, poi fucilati dai fascisti nel dicembre del 1943 per la loro attività nella Resistenza — cucinò 380 chili di pasta e la offrì gratuitamente a tutto il paese, per festeggiare la fine del regime. Un gesto di condivisione, non un atto politico organizzato in senso stretto: pasta a chiunque passasse, senza tessere né appartenenze da esibire.

Da quell'episodio, l'Istituto Alcide Cervi (che gestisce la casa museo di Gattatico) e l'ANPI hanno costruito negli anni una rete di eventi che si ripete ogni 25 luglio in Italia e all'estero: la "Rete delle Pastasciutte Antifasciste", con tanto di regole condivise — pasta offerta gratuitamente dove possibile, evento coerente con i valori di antifascismo, libertà, inclusione, uguaglianza e giustizia, un momento dedicato a ricordare la storia dei Cervi. Quest'anno l'iniziativa cade anche nell'ambito delle celebrazioni per l'80° anniversario della Costituzione repubblicana.

La polemica

La critica che circola sui social riguarda la presenza, tra gli organizzatori o i partecipanti di molte pastasciutte locali, di soggetti politici come Rifondazione Comunista. L'obiezione è: come si concilia un evento dedicato all'antifascismo con la partecipazione di forze che si richiamano a un'ideologia, quella comunista, sotto la quale si sono consumate dittature altrettanto documentate — dai gulag sovietici alle purghe, dalla Cambogia di Pol Pot alla Cina maoista?

Non è una polemica isolata. A Forni di Sopra è emersa sui social nei giorni scorsi, con toni analoghi. Ma casi simili, con più eco sulla stampa, si sono visti anche altrove quest'anno: a Cremona un consigliere di opposizione ha contestato la locandina di una pastasciutta organizzata in un bene confiscato, giudicandone "troppo a sinistra" la gestione e i simboli esposti; ad Ascoli Piceno una parrocchia ha revocato all'ultimo momento la disponibilità degli spazi per l'iniziativa, dopo le pressioni di alcuni fedeli contrari al termine "antifascista" in locandina; a Civitavecchia uno striscione dell'evento, appoggiato per esigenze logistiche davanti alla targa del Parco Martiri delle Foibe, ha scatenato uno scontro politico acceso.

È un'obiezione che si basa su un fatto storico reale: i regimi comunisti del Novecento sono stati, in molti casi, regimi totalitari a tutti gli effetti, con un bilancio di vittime e repressione ampiamente documentato dalla storiografia. Su questo non c'è seria discussione tra gli storici.

Chi difende la formula della pastasciutta antifascista, dal canto suo, distingue due piani. Il primo è quello della memoria specifica: l'evento non celebra un'ideologia generica, ma un episodio puntuale — la fine del fascismo in Italia il 25 luglio 1943 — e i valori costituzionali che ne sono derivati (la Costituzione italiana nasce esplicitamente in contrapposizione al fascismo, non al comunismo, che pure ne fu tra le componenti fondative insieme a cattolici e liberali). Il secondo è quello della partecipazione: che un partito o un'associazione aderisca a un'iniziativa aperta non equivale, per chi la organizza, a un'approvazione di tutto ciò che quel soggetto rappresenta o ha rappresentato altrove nel mondo.

Resta il punto sollevato dai critici: se l'evento vuole essere un presidio di valori democratici e non un rito identitario di una sola area politica, la presenza quasi esclusiva di sigle di sinistra tra gli organizzatori è un dato che alimenta la percezione di parzialità, a prescindere da come la si giudichi nel merito.

Perché la discussione ha senso

Fascismo e comunismo storico sono stati entrambi, in Italia e altrove, esperienze totalitarie: su questo la ricerca storica è concorde. Il punto controverso non è se il comunismo sia stato o meno una dittatura in molti dei paesi in cui si è realizzato, ma se questo renda illegittimo o incoerente un evento nato per ricordare specificamente la caduta del fascismo in Italia. È una domanda legittima, ed è bene che se ne discuta apertamente invece di liquidarla come provocazione — così come è bene non liquidare l'evento in sé come propaganda di parte, visto che affonda in un episodio storico verificabile e non in un'invenzione recente.


Il futuro è già sugli scaffali. E qualche volta somiglia al passato

Una passeggiata alla SME, tra innovazioni sorprendenti, vecchi ricordi e oggetti che raccontano come siamo cambiati. Sono entrata alla SME c...