sabato 12 dicembre 2020

Letture dicembrine

Ho terminato di leggere oggi il nuovo libro di Anna Cecchini, uscito poco tempo fa, I sapori del bosco. Anzi a dire il vero l’ho divorato, presa dall’ansia di iniziare al più presto le nuove letture che mi stanno aspettando. Libri che ho ricevuto in dono all’inizio di questa settimana e che hanno consacrato il compimento del mio settantesimo compleanno. Importantissimo traguardo che dà il nome anche a questo blog. L’obiettivo è decisamente ambizioso. Ma devo dire che faccio tutto, proprio di tutto per mantenere il proposito di arrivare, in buona salute, alla cifra tonda tonda che più tonda non si può. Il libro di Anna mi ha emozionata, perché i suoi racconti, le sue descrizioni di luoghi e persone, sono sempre molto coinvolgenti. Ti sembra di essere lì, assieme a lei, e rivivere le emozioni che anche tu hai condiviso nella tua infanzia ed adolescenza. Anna parla d’amore, innanzitutto. Amore per la famiglia, nella buona e nella cattiva sorte, e di come i sapori del cibo consentono, a volte, di ritornare indietro nel tempo per ritrovare le emozioni che si pensavano dimenticate. Cibo per riunire, quindi. Per ritrovare il passato nelle ricette e nei piatti cucinati lentamente, sullo sparghert mentre le fette di polenta adagiate sopra la piastra, attendono di fare la crosticina, per essere apprezzate al meglio. Ritornando al mio compleanno ….. il primo libro me lo sono regalata da sola. Hans me l’aveva promesso ma, in questi tempi di forzata separazione dagli amici, costretti dalle zone gialle, arancione e rosse, non abbiamo ancora avuto modo di incontrarci. L’ho ordinato, quindi, via Internet. Anzi, a dire il vero, ne ho ordinate parecchie copie da regalare, ed altre ne ordinerò certamente ancora. Si tratta di “L’altra regola del gioco”. Biografia romanzata di Nora Gregor, la mitica Nora Gregor che, nata in Piazzutta a Gorizia, proprio all’inizio del secolo scorso, ha calcato le scene di teatro e cinema per concludere, infine, la sua intensa vita nella città cilena di Viña del Mar. Strano destino quello di Nora Gregor, pseudonimo di Eleonora Hermina Gregor (Gorizia, 3 febbraio 1901 –, 20 gennaio 1949), al solo tenere conto che – come puntualizza Hans Kitzmuller – nella quarta di copertina “mentre La regola del gioco compare puntualmente ai primissimi posti di ogni classifica dei migliori film della storia del cinema, il nome di Norma Gregor, protagonista del capolavoro di Jean Renoir, è pressoché scomparso dalla memoria degli spettatori.” Sarebbe il caso di promuoverne il ricordo ed inserire anche questo testo nelle strenne per gli amici. Altro libro che ho ricevuto in dono e che, a dire il vero, mi mette un po’ d’ansia iniziare è Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber. A detta dell’ amica che me ne ha fatto dono, è uno dei più bei libri che lei abbia letto. Vedremo. L’ansia deriva dal fatto che le pagine sono 983! Ma credo sia solo questione di “farsi prendere” dalla narrazione. Cosi’ come è stato del resto per il poderoso Io confesso di Jaume Cabré che di pagine ne aveva 780, che ho terminato alcune settimane fa. Mia figlia mi ha regalato due libri di Morganti editore. In La stanza di Piera, Stefania Conte racconta la storia vera di Piera Leoni. Una storia della nostra terra: l’Istria, prima ed immediatamente dopo il 1943. Stefania, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, mi aveva accennato a questo suo lavoro e mi ero ripromessa di leggerlo. Regalo perfetto, quindi. Non dubito che la lettura sarà un piacere come del resto lo sono sempre i racconti ambientati nelle nostre zone. Così è stato per i lavori di Carlo Sgorlon e Fulvio Tomizza. L’altro del prolifico editore Morganti è certamente il libro che inizierò a leggere la vigilia di Natale e già pregusto il piacere che mi darà. Si tratta di L’uomo dei sogni reali, originale romanzo a ventisei mani, che si trasforma in una guida letteraria alle tradizioni, alla cucina e al folklore del Friuli Venezia Giulia. Della serie non vedo l’ora. Me ne sono convinta dopo averne letto la presentazione: Babbo Natale in incognito (alias l'Uomo dei sogni reali), Dal 5 dicembre al 23 percorre la regione a bordo della slitta trainata da una sola renna, sostando nelle principali città. Lo tallonano due elfi, Sherlock ed Hercule e gli metteranno i bastoni fra le ruote i membri dell'Istituto Segreto per il Razionalismo, che vogliono gettare nell'oblio i miti, le leggende e la fantasia. Buona lettura a tutti.

mercoledì 2 dicembre 2020

Calorie dicembrine

Mai come oggi, che è caduta la prima neve della stagione, è tempo di piatti calorici invernali. Insomma quel cibo che evoca di per sé caminetti e candele accese e calici di vino rosso. Quindi, oggi bolle in pentola il mio piatto preferito dicembrino: crauti e salsicce di cragno. Attenzione però! Cragno con la lettera “g” che nulla ha a che vedere con il cranio. Insomma, nulla di più lontano dal cervello di scimmia, quell’allucinante alimento che viene consumato in alcune aree dell'Estremo Oriente e dell'Africa; che al solo immaginare mi fa venire la pelle d’oca. La salsiccia di cragno (“Kranjska klobasa”) secondo quanto racconta il sito istituzionale rappresenta una specialità della cucina slovena, che si annovera tra i principali elementi che costituiscono il patrimonio gastronomico sloveno. Peraltro, essendo un prodotto alimentare tradizionale, a livello nazionale è tutelata dall'indicazione geografica protetta. Preparata solo con carne e grasso suini della massima qualità, con aggiunta di nitrato di potassio, è speziata solo con aglio e pepe e legata con uno stecchino di legno. In superficie la salsiccia di cragno è di colore rosso-marrone e ha un leggero sentore di fumo, al taglio la carne è di colore rossastro, il grasso è di colore bianco panna e compatto. La consistenza è soda, croccante e succosa, l'aroma è pieno e caratteristico della carne suina salata, stagionata ed affumicata. La salsiccia di cragno risale ai tempi dell'Impero austroungarico e prende il nome dalla regione della Carniola che, fin dal 15° secolo, rappresentava la principale regione del territorio nazionale sloveno e l'unica regione interamente slovena. Una delle più antiche testimonianze scritte dell'esistenza della salsiccia di cragno si trova nel libro di ricette "Süddeutche Küche" di Katharina Prato del 1896, in cui si menziona la preparazione della salsiccia di cragno. Le istruzioni più antiche su come preparare e cuocere la salsiccia di cragno furono pubblicate nel 1912, nella sesta edizione del ricettario "Slovenska kuharica" di Felicita Kalinšek. Gli storici dell'antica Lubiana la menzionano come piatto principale dei menù per cerimonie e altri eventi importanti. (Fonte: Bogataj, 2011. Mojstrovine s Kranjsko klobaso iz Slovenije - Piatti sublimi con la salsiccia di cragno slovena.) Si tratta indubbiamente di uno dei piatti della gastronomia slovena più celebri a livello internazionale. Gli emigrati sloveni l’hanno esportata in tutto il mondo, rendendo il suo nome riconoscibile ovunque. In Slovenia è nota con il nome di “kranjska klobasa”, nel mondo germanico come “krainer wurst”, in quello anglosassone come “kransky sausage” e in Italia come “salsiccia di cragno”. Nella cucina triestina che consulto abitualmente, per i piatti locali, e che rappresenta sempre il mio punto di riferimento quando ancora Giallo zafferano era al di là da divenire il riferimento più importante per i tentativi culinari, il sistema di cottura consigliato è lesso o fritto. E’, in pratica, questione di gusti. Per il sistema di cottura dei crauti, invece, ancora oggi seguo le indicazioni della mia amata suocera che, (cuoca in sanatorio, nella cucina dedicata ai medici ci teneva a sottolineare) mi ha trasmesso alcuni suggerimenti , tenterei di dire segreti, per piatti dal sapore sublime. Regola fondamentale da rispettare per i crauti è, ad esempio, l’ingiallimento. Che altro non sarebbe che la farina soffritta, versata quando i crauti sono ormai quasi cotti, prima dell’ultima bollitura. Per il resto gli ingredienti restano gli stessi presenti in ogni ricetta: due foglie di alloro, un paio di bacche di ginepro, un paio di grani di pepe ed una bella manciata di semi di cumino che, peraltro, noi gente di confine, abbiamo sempre chiamato kimmel. Kimmel è palesemente la distorsione del tedesco kümmel che, tradotto, sta proprio per semi di cumino. Paese che vai lingua che trovi, si potrebbe dire. Certamente tale detto sarà valido dappertutto ma non nelle zone di confine, dove la contaminazione, sotto tutti i punti di vista, non è l’eccezione bensì la regola. Ho scoperto, infatti, che (voce wikipedia) il Kümmel, anche denominato kummel o kimmel, è un liquore aromatizzato con il seme di cumino dei prati, cumino e finocchio, dolce e incolore. Si spiega anche che originariamente, le parole kümmel, kummel e kimmel sono rispettivamente i termini in qualche modo generici nelle lingue tedesca, olandese e Yiddish, ed indicano sia il cumino dei prati che il cumino. Per esempio, il cumino dei prati tedesco è denominato Echter Kümmel mentre il cumino è denominato Kreuzkümmel, ma il termine Kümmel è usato anche per il liquore aromatizzato con queste spezie. La faccenda si complica quando, nel tentativo di risolvere l’arcano della ricetta della cara nonna Ernesta, che non mi ha mai parlato di Cumino bensì sempre di Kimmel, scopro che Carvi o cumino dei prati è tutt’altra cosa rispetto al Cumino vero e proprio, citato nella maggior parte delle ricette che fanno riferimento ai crauti. In un sito specializzato che fornisce spezie ai ristoranti stellati leggo, infatti, che i semi di kummel – o Carvi – a prima vista possono essere scambiati per semi di cumino, seppur questi ultimi sono più grossi e chiari. Richiamano una nota aromatica molto intensa simile al limone. Storicamente sostenuti dagli inglesi, per le proprietà digestive, possono essere usati interi o macinati, in base alla ricetta. Il loro intenso aroma e sapore si farà sentire sugli altri per cui basta utilizzarne pochi per avere tutta la loro aromaticità. Adatti alle carni di ogni tipo, salsicce ed insaccati, arrosti di maiale e formaggi semi-stagionati come il gorgonzola. Si adattano magnificamente anche alla cucina vegana o vegetariana, per cucinare minestre ed insalate, come ad esempio quella di cavoli. Eccellenti per la preparazione di pane, trecce e brioche. Che in epoca di globalizzazione, fast food, insomma cucina mordi e fuggi sia andata, alla fin fine, perduta questa sottile distinzione e dei vari cumini si sia fatto di tutta un’erba (ops!) di tutti i semi un fascio?

sabato 21 novembre 2020

Ricordi veneziani: il cinema 50 anni fa


Ho la fortuna di vivere a soli 135 chilometri da piazzale Roma a Venezia e, vista la mia età, ho tanti ricordi. Posso raggiungere la città più bella del mondo in soli 1 ora e 26 minuti, come con precisione mi indica Google map. Anche se, a dire il vero, ultimamente preferisco lasciare la macchina alla stazione di Mestre e raggiungere Venezia con il treno, tenuto conto che c’è una corsa ogni 10 minuti circa. A Venezia sono legati, indissolubilmente, alcuni ricordi della mia adolescenza. I più antichi sono quelli riconducibili all’anno 1970. Ne ho una memoria perfetta: Il rientro da una gita scolastica con sosta indimenticabile enogastronomica alla trattoria da Gigio, in fondamenta San Felice, a poche decine di metri dal campo omonimo. E l’avventura di chiuderci in un cinema, mia sorella ed io, in una uggiosa giornata d’inverno, in attesa dell’orario del treno per il rientro. All’epoca ero fan di Jean Paul Belmondo e, attraversando calle e calette, sgorgemmo i poster che annunciavano la proiezione di La mia droga si chiama Julie. Non dimenticherò mai la straordinaria interpretazione di Belmondo e Catherine Deneuve sotto la regia di François Truffaut. Il titolo originale del film era La sirène du Mississippi. Personalmente comprendo spesso molto poco la scelta del distributore italiano di cambiare del tutto il titolo anziché soltanto tradurlo. Anche in questo caso, infatti, la Sirena del Missisipi sarebbe stata molto più consona ed appropriata, vista la storia che vi veniva raccontata. Ma tant’è. Trent’anni dopo anche Michael Cristofer ha adattato il romanzo Waltz into Darkness (1947) di William Irish (pseudonimo di Cornell Woolrich), con due stelle dello schermo quali Antonio Banderas ed Angelina Jolie, ma il risultato finale del thriller – erotico, non è stato, a mio avviso, all’altezza delle aspettative.

Molto proficui quegli anni, dal punto di vista cinematografico. Consultando il database di Mymovies, ho scoperto che nel 1970 sono stati distribuiti film che, sotto un certo punto di vista, hanno fatto la storia del cinema, nel loro specifico genere di appartenenza. Tanto per citarne alcuni estratti dalle prime 2 delle 48 pagine dell’elenco: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Zabriskie Point, Lo chiamavano Trinità..., Il giardino dei Finzi Contini, Uomini contro, Love Story, Soldato blu, Piccolo grande uomo, e Un uomo chiamato cavallo, Anonimo veneziano, Il conformista, M.A.S.H., L'uccello dalle piume di cristallo, Brancaleone alle crociate, e la Strategia del ragno. Insomma, cinquant’anni fa il cinema era di qualità.

Dell’anno successivo, ovvero del 1971, è un altro film francese che ho amato tantissimo. Si tratta di Morire d’amore. Tratto da un autentico episodio di cronaca, il film racconta l’infelice storia dell'amore "proibito" tra un'insegnante, Danièle, e un suo alunno. Invano i due tentano di sfuggire alle regole di una società conformista. Credo sia stata questa una delle poche volte in cui, al termine della proiezione, non sono riuscita a trattenere le lacrime. Non so se, oggi come oggi, vista l’aria che tira ho voglia di piangere nuovamente; perché non ho alcun dubbio che lo farei di nuovo. Ma ho scoperto che un paio di anni fa è uscito il dvd ed è in vendita da Ibs e questa è già di per se una bella novità. Come il fatto che una ricchissima offerta di film è disponibile su Google play, a noleggio o in vendita. Insomma, credo proprio che le centinaia di VHS che avevo acquistato e conservato sia ora di riporre: e non nel magazzino dei ricordi.

L'opportunità dello streaming è qualcosa di assolutamente straordinario grazie anche a Mymovies che consente di assistere alle proiezioni della maggior parte dei festival che si tengono in Italia. E' evidente che al cinema è tutt'altra cosa, ma con la tecnologia oggi a disposizione, è possibile anche da casa apprezzare quella che ormai comunemente viene definita la "settima arte".

Ho voluto scrivere, oggi, di cinema, perchè ieri 20 novembre, se le condizioni lo avessero consentito avremmo dovuto incontrarci per parlare di Nora Gregor. Attrice straordinaria, prima di teatro e poi di cinema, che visse all'inizio del secolo scorso e protagonista di uno dei più bei film di Jean Renoir, La regola del gioco. L'appuntamento è, comunque, soltanto rinviato, in attesa di tempi migliori. Nel frattempo, chi avesse tempo e voglia può dedicarsi alla lettura del coinvolgente racconto che ne ha fatto Hans Kitznuller nel suo L'altra regola del gioco. "Quasi nessuno ricorda Nora Gregor, attrice goriziana divenuta nel giro di pochi anni una stella del teatro e del cinema. Sull’onda del successo fu chiamata a Hollywood ma la nostalgia per l’Europa e per la sua amata Vienna la portarono ad abbandonare una carriera di diva del cinema per far ritorno nei teatri austriaci, poco prima della tragica annessione alla Germania nazista. Hans Kitzmüller in lunghi anni di paziente ricerca ha ricomposto i tasselli della biografia di Nora Gregor in un affresco di una vita in preda alle onde della Storia. La voce di Nora riprende vita per guidare il lettore attraverso le stazioni del suo progressivo esilio (Vienna, Lido di Venezia, Portogallo, infine Cile)." Il libro è oggi in vendita online presso la libreria Feltrinelli al prezzo scontato di soli 6 euro. Un'occasione da non perdere in vista delle prossime festività natalizie e la costante ricerca di strenne non banali.

lunedì 2 novembre 2020

A novembre si lavora per le prime fioriture in giardino.

Quando le ore di luce incominciano a scarseggiare ed il divano di casa, davanti al caminetto acceso, diventa il mio nido prediletto, per me significa che è ora di andare in semi letargo, ovvero dedicare molto più tempo a me stessa e meno vita sociale. Si diradano le camminate in campagna, che pure amo molto, pranzi e cene con gli amici in giardino sono soltanto un piacevole ricordo. Quest’anno, poi, è andata così. Ciò che mi cruccia è che, per un motivo o per l’altro, ed anche a causa delle restrizioni imposte in prossimità della primavera, le varie attività che abitualmente svolgevo in giardino hanno perso il ritmo consueto e quest’anno, quindi, sono drammaticamente in ritardo rispetto ai lavori che le mie amate piante richiedono.

Non ho, ad esempio, provveduto a piantare i bulbi primaverili, anche se questo mese di novembre, lo consente ancora. E non ho neppure steso lo stallatico pellettato, operazione che di norma faccio ad ottobre prima di una pioggia, e che consente di evitare l’uso di fertilizzanti chimici e apporta al terreno humus contribuendo a riequilibrare il pH (l’acidità del terreno). Oltre alla funzione concimante a cessione lenta  svolge una importante funzione  ammendante, consistente in un miglioramento notevole della struttura del terreno. Quindi domani mi impegno: non avendo nessuna altra cosa necessaria da fare eseguirò, seppure in ritardo, questo indispensabile compito.

Se il tempo tiene, ma viste le previsioni meteo non ci dovrebbero essere problemi, sarà la volta, poi, delle bulbose che colorano il giardino alla fine dell’inverno, prima ancora che rose ed ortensie mettano fuori le loro prime gemme. Ne ho già piantate tantissime. Anche nell’aiuola delle erbe aromatiche, narcisi, giacinti e tulipani, in ogni centimetro quadrato rimasto libero dalle perenni, crescono senza entrare in conflitto con le altre piante. Tra l’altro, ho scoperto che anche sotto il gigantesco tiglio che sovrasta la mia casa e che sottrae ogni energia vitale nello spazio attorno a se, le bulbose fioriscono di anno in anno senza problema alcuno. L’esperimento l’ho fatto con i giacinti comprati a Natale che, forzati nella loro fioritura, non ho avuto cuore di buttare via (come del resto non faccio mai con nessuna pianta a meno che non sia decisamente morta). Il primo anno il loro stelo era decisamente minuscolo con pochissimi fiorellini. Ma l’anno successivo si sono manifestati in tutto il loro splendore e profumo. Ormai è tardi, ma il mio consiglio, per il futuro, è tenere sotto controllo le vendite dei bulbi nei supermercati tedeschi (Lidl e Aldi per intenderci) per avere ottimi risultati a prezzi decisamente contenuti. Provare per credere!

 

 

 

lunedì 28 settembre 2020

Dolci, che passione: la torta Linzer alla maniera di Franca

 

Come resistere davanti ad una coppa di crema pasticcera o di un tiramisù? Insomma quei dolci che a me, personalmente, piace offrire in monoporzioni dopo aver steso sul fondo due biscotti imbevuti di caffè ed averci versato sopra un cucchiaino di cacao amaro. Sia nella crema pasticcera che nel tiramisù. Perché rispetto la ricetta tradizionale che vuole i savoiardi nella teglia o terrina per la crema pasticcera, base per la zuppa inglese, amo utilizzare i coccini bianchi. E qui, tenuto conto che le ricette per la crema pasticcera e per il tiramisù sono pubblicate in centinaia di siti web, appunto il mio consiglio per una crema pasticcera perfetta. Non c’è altro da fare che conservare in un bicchiere un po’ del latte freddo utilizzato e, a fine cottura, aggiungerlo lentamente all’impasto tolto dal fuoco. La crema apparirà incredibilmente liscia. Mentre gli albumi, che è sempre un peccato gettare via, li utilizzo per fare la Pavlova. Anche in questo caso con una piccola variante. Nel senso che, invece di distendere la meringa a cerchio, getto le cucchiaiate seguendo il perimetro di una cerchio. In tal modo costruendo una ciambella che, a fine cottura, risulterà molto più semplice tagliare a fette, dopo avervi versato sopra la panna montata ed i frutti di bosco.

In attesa di riprendere a dedicarmi all’arte culinaria, tenuto conto che d’estate cerco di evitare di accendere forni, fornelli e, comunque, di limitare l’assunzione di calorie, ecco che – una sera all’improvviso – scopro che anche una torta può essere talmente squisita da chiedere la ricetta a Franca che l’ha realizzata stoicamente, accendendo il forno in un torrido pomeriggio di agosto. La torta che Franca ci ha portato e che ha concluso la serata piacevolmente trascorsa sotto il gazebo, nel mio amato cottage garden, è una variante della famosissima torta Linzer che, lo dice il nome, prende il nome dall'omonima città di Linz. In pratica, è una torta austriaca con un disegno a forma di reticolo sopra l'impasto. https://it.wikipedia.org/wiki/Torta_Linzer

Questa la ricetta:

Ingredienti: 1 uovo intero + 1 tuorlo, un pizzico di sale, 100 g zucchero integrale, 1 cucchiaio latte, 2 cucchiai succo di limone, 100 g burro + 20g per la tortiera, 100 g mandorle non pelate tritate, 2 cucchiaini cannella, 150 g farina integrale, 2 cucchiaini lievito vanigliato, marmellata di ribes, noci.

Preparazione: lavorare a crema uova e zucchero e poi aggiungere di seguito gli altri ingredienti fino a formare un panetto morbido. Avvolgerlo con la pellicola e metterlo in frigo per 20 minuti. Stendere circa metà del panetto per ricoprire il fondo della tortiera già infarinata, poi dopo aver formato i bordi stendere la marmellata. Stendere il resto della pasta frolla e tagliare i nastri. Sistemare i gherigli delle noci e infornare.

Forno termoventilato: 20 minuti a 180 gradi.

Ecco qua! Non difficile ed assolutamente squisita. Provare per credere.

sabato 5 settembre 2020

L'utilità di un laghetto in giardino


Che le zanzare siano ormai diventate un incubo per tutti coloro i quali hanno, attorno a casa, un giardino è un dato di fatto. Anche perché non sono in molti coloro i quali sanno che con alcuni accorgimenti il problema, se non risolto del tutto definitivamente, almeno notevolmente ridotto. Il segreto sta tutto nel realizzare un laghetto. Non ho alcun dubbio che a questa affermazione più di qualcuno si stupirà. Ciò in quanto è ben noto che l’acqua attira le zanzare che vi depositano le uova. Ma sta proprio qua il segreto. Perché le zanzare attratte dall’acqua non cercheranno altri luoghi umidi, quali sottovasi, tombini o altro. Il laghetto sarà l’attrattiva preferita, così come lo è – durante la stagione estiva – per tutti gli altri insetti. Ma le uova di zanzara sono il cibo prediletto dai pesci che sono stati inseriti nello specchio d’acqua. Viene notevolmente pubblicizzata la lotta biologica alle zanzare utilizzando la Gambusia, ma probabilmente per le controindicazione ampiamente illustrate nel sito specializzato il nostro amico biologo, Pierpaolo Merluzzi, ci ha consigliato di inserire soltanto pesci rossi.
Realizzare un laghetto in giardino è relativamente facile. La prima opzione da prendere in considerazione, che è anche la più semplice, è quella di acquistare un laghetto prefabbricato. Ce ne sono di tutti i tipi: piccoli, medi e grandi e li si trova in qualsiasi negozio che tratta anche articoli da giardinaggio. Ad esempio, li si può trovare da OBI. Questa soluzione che impone soltanto la necessità di effettuare uno scavo per inserire la vasca ha tuttavia, a mio avviso, due grossi limiti. Il primo è che la profondità dei laghetti prefabbricati raggiunge molto raramente i 50 cm. Questa caratteristica non consente ai pesci nelle giornate invernali di freddo intenso, ovvero quando la superficie ghiaccia, di rifugiarsi in fondo e pertanto di sopravvivere e quindi di superare l’inverno. Perché ciò sia possibile, infatti, il laghetto deve raggiungere circa gli 80/90 centimetri. Lo stesso discorso, ma all’incontrario, riguarda l’estate. Nel senso che, quando la temperatura si alza troppo, i medesimi pesciolini devono avere la possibilità di scendere in fondo per trovare un pochino di refrigerio.
L’altro limite, (ovviamente secondo il personale gusto estetico di ciascuno, e quindi in questo caso il mio), è quello relativo alla particolare conformazione dei laghetti; nel senso che i laghetti prefabbricati in vetroresina si trovano sempre a forme curve, cercando con ciò di imitare la naturale conformazione dei veri laghi. Insomma,  mio avviso, posizionare un laghetto palesemente artificiale, con le caratteristiche di un lago spontaneo è come indossare un gioiello palesemente falso ma che imita pacchianamente quello prezioso. Insomma, l’effetto di naturalezza non ci sta proprio. E’ per questo che, quando abbiamo deciso di realizzare nel nostro giardino una pozza d’acqua per poter creare un’aiuola di piante acquatiche, abbiamo optato per la soluzione lineare. E, quindi, palesemente visivamente artificiale.
Chiarito, quindi, che posizionare un laghetto artificiale in vetroresina è cosa estremamente semplice, più impegnativa è la realizzazione di un laghetto le cui caratteristiche soddisfano le esigenze dei pesci che si andranno ad inserire. Flavio che l’ha costruito in questa torrida estate ne sa certamente più di me che mi sono avvalsa della collaborazione di un ruspista. Le foto che seguono mostrano chiaramente le fasi di costruzione. Ciò che vale la pena di sottolineare è la necessità di diverse profondità dove posizionare le piante acquatiche che sono di tre tipi: le piante tipiche dei terreni umidi, le piante palustri ed, infine, le vere e proprie piante acquatiche. Tra quest’ultime rientrano le cosiddette piante ossigenanti, indispensabili per avere sempre acque limpide, anche se da un punto di vista estetico sono ininfluenti, tenuto conto che sono tutte immerse nell’acqua.
Eseguito lo scavo va posizionato il telo impermeabile dopo aver steso sul fondo uno strato di sabbia. Il telo deve trasbordare lo scavo di 30/40 cm sopra il quale andranno posizionate pietre o tufo. Personalmente amo molto il tufo, in quanto si ricopre di muschio e dà un effetto molto naturale. Le foto di Flavio, comunque, dimostrano chiaramente l’iter di realizzazione. Alla fine vanno posizionate le piante, in base ai diversi livelli. Le piante per terreni umidi, le piante palustri, le piante acquatiche, sia fissate al fondo sia galleggianti. A questo indirizzo sono disponibili tutte le informazioni relative alle diverse tipologie di piante per il laghetto. Poi, andrà versata l’acqua ed infine i pesci. Anche se c'è chi sostiene che prima di introdurre le piante va versata l'acqua e lasciata riposare per una settimana. Un accessorio indispensabile per mantenere sempre pulita l’acqua è posizionare una pompa filtrante. Possibilmente dotata di lampada a raggi ultravioletti.

Ecco il laghetto di Flavio, nelle diverse fasi di realizzazione







Iperpolitica. Anche l'Italia conosce il fiume che scompare

Dalla Lega delle origini al Movimento 5 Stelle, fino alla nascita di Futuro Nazionale, la politica italiana è stata attraversata da ondate d...