I tarocchi come strumento di conoscenza interiore, non di divinazione. Scopri il legame tra psicologia junghiana, archetipi e simbolismo in un incontro a Gorizia con Lia Silvia Gregoretti, giovedì 18 giugno, alle 18, in sala Dora Bassi a Gorizia.
Ammettiamolo. Quando sentiamo parlare di tarocchi, molti di noi pensano immediatamente alla divinazione, alla previsione del futuro, alle cartomanti e alle sfere di cristallo.
Eppure esiste un altro modo di guardare a queste antiche immagini.
Un modo che non ha nulla a che fare con la magia e molto con la
conoscenza di sé.
È una prospettiva che incuriosì anche Carl Gustav Jung, uno dei più
importanti psichiatri e psicanalisti del Novecento. Jung non era
interessato ai tarocchi come strumento per prevedere il futuro. Ciò che
lo affascinava era il loro straordinario patrimonio simbolico.
Gli arcani maggiori, osservava, rappresentano figure che ricorrono
continuamente nella storia dell'umanità: il saggio, il sovrano, l'eroe,
la madre, l'ombra, il folle, il mago. Figure che appartengono a ciò che
Jung definì "inconscio collettivo", una sorta di grande deposito di
immagini e significati condivisi da tutti gli esseri umani.
Cambiano gli abiti, cambiano le epoche, cambiano i contesti storici, ma il significato profondo rimane sorprendentemente simile.
L'eroe dei miti antichi può diventare oggi un personaggio della
Marvel. La madre raffigurata in un dipinto medievale può trasformarsi in
una donna contemporanea che corre tra lavoro, famiglia e mille impegni
quotidiani. Le immagini cambiano, ma il nucleo simbolico resta.
È proprio questo che rende i tarocchi interessanti dal punto di vista psicologico.
Quando osserviamo una carta, infatti, non stiamo semplicemente
guardando un disegno. Stiamo mettendo in moto una rete di associazioni,
ricordi, emozioni ed esperienze personali. In altre parole, leggiamo
quella figura attraverso la lente della nostra vita.
La psicanalista junghiana Giulia Raiteri, intervistata recentemente
dalla giornalista Katiuscia Cidali, spiega che il meccanismo è molto
simile a quello dell'interpretazione dei sogni. L'immagine diventa uno
stimolo che permette di far emergere contenuti interiori spesso nascosti
o poco consapevoli.
Non è la carta a parlare.
Siamo noi che, osservandola, iniziamo a parlare di noi stessi.
Pensiamo all'Appeso, una delle figure più enigmatiche dei tarocchi.
Rappresenta il sacrificio necessario per acquisire una nuova
prospettiva. Oppure alla Torre colpita dal fulmine, simbolo di una
struttura che crolla per permettere qualcosa di nuovo. Ognuno può
riconoscere in queste immagini un'esperienza personale, un momento della
propria vita, una trasformazione già vissuta o ancora in corso.
Per questo motivo i tarocchi possono diventare una sorta di specchio interiore.
Non predicono il futuro. Aiutano piuttosto a comprendere il
presente, mostrando come le esperienze passate influenzino il nostro
modo di guardare il mondo e di immaginare ciò che verrà.
In fondo accade qualcosa di molto simile a ciò che avviene quando
leggiamo un romanzo, guardiamo un film o ascoltiamo una fiaba. Ci
riconosciamo in personaggi e situazioni che, pur non essendo le nostre,
riescono a parlare direttamente a una parte profonda di noi.
Di questo si parlerà giovedì 18 giugno alle ore 18 nella Sala Dora
Bassi di Gorizia, durante l'incontro "Tarocchi e Jung: il linguaggio
segreto dell'Anima".
La serata si svolgerà in forma di conversazione con Lia Silvia
Gregoretti, divulgatrice culturale e appassionata studiosa del
simbolismo, degli archetipi, dei miti e delle tradizioni che
attraversano culture e secoli.
Sarà un'occasione per esplorare il rapporto tra psicologia
junghiana, immaginario simbolico e tarocchi, lasciando da parte
stereotipi e pregiudizi per interrogarsi su una domanda semplice e
affascinante:
e se il vero mistero non fosse il futuro, ma la nostra stessa interiorità?

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