lunedì 27 luglio 2026

La pastasciutta antifascista: cos'è e perché se ne discute

Una delle tante locandine in Italia

Da dove nasce la pastasciutta antifascista del 25 luglio, il legame con i fratelli Cervi e le polemiche 2026 su antifascismo e comunismo.

Il 25 luglio, in centinaia di piazze italiane, si è ripetuto un rito ormai consolidato: la pastasciutta antifascista.

L'origine: Campegine, 25 luglio 1943

Il nome e il gesto nascono da un episodio preciso. Il 25 luglio 1943, appresa la notizia della caduta di Mussolini e dell'arresto ordinato dal re, la famiglia Cervi — sette fratelli contadini di Campegine, in provincia di Reggio Emilia, poi fucilati dai fascisti nel dicembre del 1943 per la loro attività nella Resistenza — cucinò 380 chili di pasta e la offrì gratuitamente a tutto il paese, per festeggiare la fine del regime. Un gesto di condivisione, non un atto politico organizzato in senso stretto: pasta a chiunque passasse, senza tessere né appartenenze da esibire.

Da quell'episodio, l'Istituto Alcide Cervi (che gestisce la casa museo di Gattatico) e l'ANPI hanno costruito negli anni una rete di eventi che si ripete ogni 25 luglio in Italia e all'estero: la "Rete delle Pastasciutte Antifasciste", con tanto di regole condivise — pasta offerta gratuitamente dove possibile, evento coerente con i valori di antifascismo, libertà, inclusione, uguaglianza e giustizia, un momento dedicato a ricordare la storia dei Cervi. Quest'anno l'iniziativa cade anche nell'ambito delle celebrazioni per l'80° anniversario della Costituzione repubblicana.

La polemica

La critica che circola sui social riguarda la presenza, tra gli organizzatori o i partecipanti di molte pastasciutte locali, di soggetti politici come Rifondazione Comunista. L'obiezione è: come si concilia un evento dedicato all'antifascismo con la partecipazione di forze che si richiamano a un'ideologia, quella comunista, sotto la quale si sono consumate dittature altrettanto documentate — dai gulag sovietici alle purghe, dalla Cambogia di Pol Pot alla Cina maoista?

Non è una polemica isolata. A Forni di Sopra è emersa sui social nei giorni scorsi, con toni analoghi. Ma casi simili, con più eco sulla stampa, si sono visti anche altrove quest'anno: a Cremona un consigliere di opposizione ha contestato la locandina di una pastasciutta organizzata in un bene confiscato, giudicandone "troppo a sinistra" la gestione e i simboli esposti; ad Ascoli Piceno una parrocchia ha revocato all'ultimo momento la disponibilità degli spazi per l'iniziativa, dopo le pressioni di alcuni fedeli contrari al termine "antifascista" in locandina; a Civitavecchia uno striscione dell'evento, appoggiato per esigenze logistiche davanti alla targa del Parco Martiri delle Foibe, ha scatenato uno scontro politico acceso.

È un'obiezione che si basa su un fatto storico reale: i regimi comunisti del Novecento sono stati, in molti casi, regimi totalitari a tutti gli effetti, con un bilancio di vittime e repressione ampiamente documentato dalla storiografia. Su questo non c'è seria discussione tra gli storici.

Chi difende la formula della pastasciutta antifascista, dal canto suo, distingue due piani. Il primo è quello della memoria specifica: l'evento non celebra un'ideologia generica, ma un episodio puntuale — la fine del fascismo in Italia il 25 luglio 1943 — e i valori costituzionali che ne sono derivati (la Costituzione italiana nasce esplicitamente in contrapposizione al fascismo, non al comunismo, che pure ne fu tra le componenti fondative insieme a cattolici e liberali). Il secondo è quello della partecipazione: che un partito o un'associazione aderisca a un'iniziativa aperta non equivale, per chi la organizza, a un'approvazione di tutto ciò che quel soggetto rappresenta o ha rappresentato altrove nel mondo.

Resta il punto sollevato dai critici: se l'evento vuole essere un presidio di valori democratici e non un rito identitario di una sola area politica, la presenza quasi esclusiva di sigle di sinistra tra gli organizzatori è un dato che alimenta la percezione di parzialità, a prescindere da come la si giudichi nel merito.

Perché la discussione ha senso

Fascismo e comunismo storico sono stati entrambi, in Italia e altrove, esperienze totalitarie: su questo la ricerca storica è concorde. Il punto controverso non è se il comunismo sia stato o meno una dittatura in molti dei paesi in cui si è realizzato, ma se questo renda illegittimo o incoerente un evento nato per ricordare specificamente la caduta del fascismo in Italia. È una domanda legittima, ed è bene che se ne discuta apertamente invece di liquidarla come provocazione — così come è bene non liquidare l'evento in sé come propaganda di parte, visto che affonda in un episodio storico verificabile e non in un'invenzione recente.


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