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| Da Wikipedia |
Poi un giorno ho scoperto che quella canzone non era sua. L'aveva scritta Dolly Parton, e da lì per me è cominciato un viaggio.
Ho cercato Dolly, ho ascoltato la sua versione originale e mi sono trovata davanti a qualcosa di completamente diverso: niente potenza spettacolare, niente virtuosismo, ma una voce limpida, un po' fragile, e soprattutto una storia. Dolly l'aveva scritta nel 1973 per salutare Porter Wagoner, il musicista e conduttore televisivo con cui aveva lavorato per anni e da cui aveva deciso di separarsi professionalmente. In origine non era la grande dichiarazione d'amore romantico che il film avrebbe consegnato all'immaginario collettivo, ma una canzone sull'addio: ti lascio, ma questo non cancella ciò che sei stato per me. Dolly la portò al successo nel 1974 e di nuovo nel 1982; quasi vent'anni dopo Whitney Houston la trasformò in uno dei brani più famosi della storia della musica, ma le parole erano sempre le sue.
Scoprire questo mi incuriosì. Chi era quella donna biondissima, esagerata, scintillante, con i capelli impossibili, le unghie lunghissime e gli abiti pieni di strass? Cominciai ad ascoltarla, e attraverso Dolly scoprii un mondo musicale che conoscevo poco: il country americano. Da lì arrivarono Jolene, Coat of Many Colors, 9 to 5, e poi, seguendo quel filo, altre voci, altre chitarre, altre storie. Arrivò anche Take Me Home, Country Roads di John Denver, che non è una canzone di Dolly ma appartiene, almeno per me, allo stesso paesaggio sentimentale che allora avevo cominciato a esplorare: montagne, strade, case lontane, nostalgia, ritorni. Tutto ciò che il cinema ha sintetizzato, poi, nel film I ponti di Madison County, uno di quei film che - come Pretty woman - non mi stancherò mai di guardare ogni qualvolta passano in tv.
Il country mi piace per questo: racconta persone normali, famiglie, amori che finiscono, povertà, partenze, nostalgia, senza paura dei sentimenti semplici. E Dolly Parton sapeva trasformare quella semplicità in qualcosa che semplice non era affatto.
Era nata nel Tennessee il 19 gennaio 1946, quarta di dodici figli, in una famiglia poverissima delle Great Smoky Mountains. Di quella povertà non si vergognò mai, anzi ne fece una delle sorgenti della propria musica: Coat of Many Colors, una delle sue canzoni più belle, nasce dal ricordo di un cappotto che sua madre le aveva cucito mettendo insieme pezzi di stoffa diversi. Tra l'altro su questa storia è stato fatto anche un film che avevo guardato con infinita dolcezza e un po' di tristezza.
Dietro l'immagine volutamente eccessiva di Dolly c'era una donna molto più complessa di quanto si potesse immaginare guardandola per la prima volta: una formidabile autrice, che ha scritto migliaia di canzoni, è stata cantante, attrice, imprenditrice, ha venduto oltre cento milioni di dischi e ha attraversato decenni di musica popolare americana senza diventare mai un reperto del passato. E sapeva ridere di se stessa: aveva costruito consapevolmente il personaggio Dolly Parton, con le parrucche, il seno prosperoso, i tacchi vertiginosi e gli strass, giocando con quell'immagine prima che potessero farlo gli altri. Dietro l'apparente ingenuità c'erano intelligenza, ironia e una notevole capacità di governare la propria vita e la propria carriera.
C'è anche un'altra Dolly da ricordare: quella che ha investito parte della propria fortuna negli altri. Con la Imagination Library, nata nel 1995, ha fatto arrivare gratuitamente libri nelle case dei bambini, partendo dalla sua contea natale e trasformando poi l'iniziativa in un enorme progetto internazionale di promozione della lettura. Ha sostenuto vittime di calamità, ricerca scientifica e numerose iniziative sociali. Forse è anche per questo che la sua morte mi dispiace così tanto.
Non posso dire di essere stata una fan che ha seguito Dolly Parton per tutta la vita: sarebbe falso. L'ho scoperta grazie a un'altra donna, Whitney Houston, e trovo quasi commovente pensare al filo invisibile che lega queste due voci. Quando Whitney morì nel 2012, Dolly ricordò quanto fosse stata grata e meravigliata dalla sua interpretazione di I Will Always Love You, e quanto fosse stato doloroso ascoltare quella canzone al suo funerale: erano parole sue, ma ormai appartenevano per sempre anche a lei.
Oggi è Dolly ad andarsene, e quella frase cambia ancora una volta significato. Una donna l'ha scritta, un'altra l'ha cantata facendola conoscere al mondo, e attraverso la seconda io ho scoperto la prima. Da lì sono arrivate Jolene, le montagne del Tennessee, le chitarre, il country, le strade americane percorse soltanto con l'immaginazione. Una canzone ne apre un'altra, una voce conduce a un'altra voce, e senza accorgercene costruiamo una specie di geografia privata dei ricordi. Nella mia, da molti anni, c'è anche Dolly Parton.
Oggi sapere che non c'è più mi dispiace davvero. Stasera credo che farò la cosa più semplice: chiederò ad Alexa di farmi ascoltare I Will Always Love You, prima nella versione di Whitney Houston e poi, naturalmente, in quella di Dolly. Perché tutto, per me, è cominciato da lì, ed è giusto che da lì ricominci il ricordo.
Goodbye, Dolly. I will always love you.

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