giovedì 13 agosto 2026

Pace, guerra e armi: due proposte di legge per l’Italia

La pace e il business della guerra
La guerra è anche un enorme business. Ma quanto investiamo nella pace? Un confronto tra Italia Neutrale e la proposta “Un’altra difesa è possibile”.


Nel podcast pubblicato domenica 9 agosto, con l'intervista a dom Stefano Visintin, abbiamo parlato di pace e di amore, due parole che diventano facilmente astratte, se non retoriche, quando non le misuriamo con quello che succede intorno a noi.

Da tempo sostengo che due dei più grandi business a livello mondiale siano la salute e la guerra: il primo prospera sul nostro bisogno di vivere e stare bene, il secondo sulla capacità degli uomini di combattersi e sulla necessità degli stati di armarsi. Attorno alla guerra esiste un sistema economico fatto di industrie, ricerca, commesse pubbliche, esportazioni, alleanze e interessi strategici: le armi non sono solo strumenti con cui si combatte, sono anche merci, e merci molto redditizie. Nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto, secondo il SIPRI, i 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4 per cento rispetto all'anno precedente. Dietro questi numeri ci sono naturalmente esigenze di difesa e sicurezza reali, ma c'è anche un mercato enorme, con produttori, compratori e interessi economici altrettanto enormi.

È da questa contraddizione che sono tornata a pensare alle parole di dom Stefano. Desideriamo la pace, parliamo di pace, educhiamo alla pace, ma viviamo in un mondo in cui la guerra produce ricchezza e la produzione e il commercio degli armamenti sono un settore strategico dell'economia.

In questi mesi, in Italia, due iniziative popolari molto diverse tra loro provano a dare due risposte a questo nodo: due proposte di legge di iniziativa popolare per cui è in corso la raccolta firme.

Un'Italia neutrale. La prima è promossa dal Comitato Italia Neutrale, presieduto dall'ex diplomatico Bruno Scapini e sostenuta politicamente anche da Democrazia Sovrana Popolare di Marco Rizzo. Vuole modificare l'articolo 11 della Costituzione introducendo il principio della neutralità permanente dell'Italia rispetto a schieramenti e alleanze militari, fermo restando il diritto alla difesa nazionale.

Non si legge, in questa proposta, un esplicito «usciamo dalla NATO», ma una neutralità permanente sancita in Costituzione porrebbe comunque un problema difficile da conciliare con l'appartenenza a un'alleanza militare fondata sulla difesa collettiva. Resta aperta una domanda politica di fondo: la pace si costruisce sottraendosi ai blocchi militari, o in un mondo con aggressioni, guerre e potenze militari uno Stato neutrale come garantisce la propria sicurezza? La neutralità da sola non elimina eserciti e spese militari — sposta la collocazione internazionale di un paese, non necessariamente il suo apparato di difesa.

Un'altra idea di difesa. La seconda proposta, "Un'altra difesa è possibile", è sostenuta da una rete di organizzazioni che lavorano da anni su pace, nonviolenza e servizio civile. Non propone l'uscita dalla NATO, non tocca la Costituzione, non chiede l'abolizione delle Forze armate. Parte da una domanda diversa: si può difendere un Paese anche senza le armi? I promotori rispondono di sì, e propongono di istituire presso la Presidenza del Consiglio un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta — con strumenti concreti come Corpi civili di pace, Servizio civile, mediazione dei conflitti, formazione, ricerca sul disarmo, interventi nelle crisi, oltre alla possibilità per i contribuenti di destinare il 6 per mille dell'IRPEF a questo scopo.

La prima proposta cambia la posizione dell'Italia nel sistema delle alleanze militari; la seconda cambia il concetto stesso di difesa. È questa seconda prospettiva che mi interessa di più — non perché creda che bastino mediatori e corpi civili a cancellare le guerre, sarebbe ingenuo pensarlo, ma perché mette dentro il sistema pubblico un principio che di solito resta confinato alle dichiarazioni d'intenti: se investiamo enormi risorse per prepararci alla guerra, possiamo investirne anche per prevenirla.

Torno al punto da cui ero partita. La guerra ha una sua economia — industrie, bilanci, posti di lavoro, ricerca, esportazioni, mercati — e quindi interessi concreti che la sostengono. Anche la pace avrebbe bisogno di strutture equivalenti: persone preparate, ricerca, educazione, diplomazia, capacità di intervenire prima che un conflitto diventi guerra. Se questo resta affidato solo alla buona volontà delle associazioni, mentre dall'altra parte c'è un apparato industriale e militare di quella scala, la sproporzione salta agli occhi.

È forse qui che il dialogo con dom Stefano su pace e amore smette di essere solo una riflessione spirituale e diventa una questione politica in senso proprio: quanto siamo disposti, concretamente, a investire nella pace prima che arrivi la guerra.

Per questo firmo "Un'altra difesa è possibile": non perché basti da sola a evitare le guerre, ma perché prova a dare alla pace la stessa dignità istituzionale che oggi ha solo la difesa armata. La proposta Italia Neutrale esiste, ho pensato fosse corretto darne conto, ma non è quella che sostengo.

Chi vuole sottoscrivere "Un'altra difesa è possibile" non deve fare code o andare in municipio: basta collegarsi al sito, autenticarsi con SPID o CIE e aderire online.

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