Il ricordo di Cesare Pavese nell'anniversario della morte: gli anni dell'adolescenza, il fuorisacco del Messaggero Veneto e le Langhe scoperte tra Collio e Carso.
Ricordare Cesare Pavese, per me, è quasi un dovere sentimentale. Quindi eccomi qua a raccontare che, una vita fa, andai anche a consultare i giornali dell'epoca del 27 agosto 1950 - data che per me ha finito per avere un doppio significato, come si capirà più avanti - e mi stupii, non poco, nello scoprire che gli era stato dedicato un solo trafiletto. Titolo ad una colonna. Insomma irrilevante. Eppure fu in quella occasione che venni a conoscenza di una cosa interessante: non si sparò - non so come mai, ma avevo immaginato fosse stato quello il suo modo di liberarsi dell'angoscia che lo tormentava - ma prese un'intera confezione di sonniferi. Un modo meno scenografico, forse, più soft, diremmo oggi, di una pistola puntata alla tempia.
Cesare Pavese è stato lo scrittore della mia adolescenza, quello che più di ogni altro ha accompagnato il momento in cui, attorno ai sedici anni, ho cominciato davvero a scoprire la letteratura italiana. Furono gli anni di Cassola, Bassani, Vittorini. Ma Pavese occupò subito un posto diverso. E non so spiegarmene la ragione.
Ricordo perfettamente come entrò nella mia vita. Era estate e facevo esperienza al Messaggero Veneto. In quegli anni il lavoro di un giornale aveva tempi, strumenti e rituali che oggi sembrano appartenere a un'altra epoca: non esistevano posta elettronica, trasferimenti digitali, messaggi istantanei, e le notizie dovevano viaggiare materialmente. C'era il fuorisacco, la corrispondenza urgente che non entrava nel normale sacco postale e che, per guadagnare tempo, veniva portata direttamente alla stazione e affidata al treno. Per chi lavorava in un giornale era una parola quotidiana, concreta: bisognava prepararlo, portarlo, farlo partire. Per far correre una notizia bisognava davvero correre fino alla stazione.
Fu proprio durante uno di questi tragitti, dalla redazione di via Diaz alla stazione, che Maurizio Calligaris mi parlò de Il campo di granoturco. Quel titolo mi rimase in testa, e lo è ancora oggi. È una delle prose raccolte in Feria d'agosto, il libro pubblicato da Einaudi nel 1946 in cui Pavese intreccia racconti, memoria, paesaggio, infanzia e mito. Ma allora non lo sapevo, e soprattutto non volevo che Maurizio si accorgesse che Pavese non lo conoscevo proprio per niente. Così, tornata in redazione e inforcata la bicicletta, andai a trovare la mia insegnante di lettere, che abitava in uno degli edifici residenziali all'interno del parco Coronini. Lei, disponibile come sempre, mi parlò di lui e mi diede, per incominciare, La bella estate.
Iniziò così, con un fuorisacco da portare alla stazione, una conversazione durante il tragitto e un campo di granoturco. Da lì partì una scoperta che non si sarebbe più interrotta. Lessi Pavese negli stessi anni in cui incontravo Cassola, Bassani, Vittorini e altri grandi autori del Novecento, ma con lui nacque qualcosa che andava oltre la lettura.
C'erano le Langhe: le colline, le vigne, i sentieri, i paesi, i campi. Un paesaggio che nei suoi libri non era mai semplice sfondo, ma memoria, appartenenza, infanzia: il luogo dal quale si parte e al quale, in qualche modo, si continua a tornare. Fu un'illuminazione che si tradusse, non appena ebbi autonomia di movimento, nei miei viaggi in Piemonte, a Santo Stefano Belbo e nelle Langhe. Volevo vedere i luoghi che avevo conosciuto nei libri, camminare tra quelle colline, capire quanto ci fosse di reale dietro quel paesaggio letterario che ormai sentivo familiare.
La vera scoperta fu che, attraverso le Langhe di Pavese, trovai il Collio e il Carso: le mie colline. Mi accorsi che non era necessario andare lontano per trovare un paesaggio capace di parlare la stessa lingua profonda dei luoghi: avevo accanto altre colline, altre vigne, altre strade, altri paesi. Un territorio diverso, con una storia e un'identità diverse, ma dove anche il paesaggio conservava memoria. La terra rossa e le masiere del Carso, le vigne e i ciliegi del Collio: tutto cominciai a guardarlo con occhi diversi. E fu Pavese a insegnarmi a guardarli. Prima vedevo semplicemente delle colline; dopo averlo letto cominciai a vedere i luoghi. Forse è una delle cose più importanti che la letteratura sa fare: insegnarci a riconoscere ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Vennero poi tutti gli altri libri: La luna e i falò, La casa in collina, Paesi tuoi, Lavorare stanca, Il mestiere di vivere. E soprattutto Il vizio assurdo, la biografia di Pavese scritta da Davide Lajolo, che ho letto diverse volte. Imparai perfino a memoria le parole conclusive di Lajolo, e a diciannove anni, cinquantasei anni fa, sostenendo l'esame di maturità, trovai il modo di riportarle nel mio tema:
«Ho arato la sua vigna perché sulla terra smossa il ricordo di Cesare Pavese rimanga al di là del fuoco dei falò, al cospetto dell'intramontabile luna».
Dopo cinquantasei anni le ricordo ancora quasi parola per parola. Forse questo fatto dice più di qualsiasi analisi critica sul rapporto che possiamo avere con uno scrittore: ci sono autori che leggiamo, altri che studiamo, e altri che finiscono per entrare nella nostra biografia. Pavese, per me, è stato questo — incontrato a sedici anni mentre scoprivo la letteratura italiana, conosciuto andando verso una stazione con il fuorisacco di un giornale, seguito fino a Santo Stefano Belbo, e attraverso le sue Langhe ho imparato a guardare diversamente anche la terra in cui vivevo.
C'è anche un altro modo, più prosaico, in cui Pavese resta legato ai miei giorni. Il mio amico Adriano è nato il 27 agosto del 1950, lo stesso giorno in cui Pavese morì in una camera d'albergo a Torino. È una coincidenza che mi è sempre tornata utile: mi basta pensare all'anniversario della morte di Pavese per ricordarmi di fargli gli auguri. Gliel'ho detto anche ieri, e lui mi ha risposto che per il futuro preferirebbe coincidenze di tipo diverso.
Forse è per questo che oggi, nell'anniversario della sua morte, ricordarlo mi sembra un dovere sentimentale. La vigna, evidentemente, è stata arata bene: il ricordo di Cesare Pavese è ancora qui, al di là del fuoco dei falò, al cospetto dell'intramontabile luna — e, per me, anche tra le vigne del Collio, e nel compleanno di un amico.

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