venerdì 6 novembre 2026

Il futuro è già sugli scaffali. E qualche volta somiglia al passato


Una passeggiata alla SME, tra innovazioni sorprendenti, vecchi ricordi e oggetti che raccontano come siamo cambiati.

Sono entrata alla SME con un obiettivo ben preciso: dare un'occhiata ai piani cottura a induzione e farmi un'idea dei modelli e dei prezzi in vista dell'imminente Black Friday. Meglio arrivare preparati all'appuntamento con gli sconti, soprattutto quando si tratta di un acquisto importante. La SME è un grande punto vendita dove si trova praticamente tutto ciò che riguarda la casa, dagli elettrodomestici all'elettronica, passando per gli oggetti di uso quotidiano e le ultime novità che il mercato propone.

In questi giorni, al piano terra, è già Natale: decorazioni, addobbi, casalinghi a tema e tutto quanto può servire per preparare la casa alle festività. Anche qui, tra luci a LED e decorazioni sempre più sofisticate, si ritrovano forme e simboli che accompagnano il Natale da generazioni. Cambiano i materiali, cambiano le tecnologie, ma continuiamo a cercare le stesse atmosfere. Al primo piano, invece, si apre il mondo degli elettrodomestici, dei televisori e dell'elettronica, con una quantità di prodotti che testimoniano quanto rapidamente cambino le nostre abitudini e quanto sia instancabile la fantasia di chi progetta nuovi oggetti da proporci.

Dopo aver esaminato i piani a induzione, non ho resistito alla tentazione di fermarmi davanti alle affettatrici Berkel. Sono da sempre un mio sogno nel cassetto, soprattutto quelle bellissime macchine che sembrano appartenere a un'altra epoca, quando anche un oggetto destinato a un uso pratico poteva essere un piccolo capolavoro di meccanica e di design. Il problema è che, se anche decidessi di regalarmene una, non saprei proprio dove metterla. E così, ancora una volta, mi sono accontentata di ammirarle. Del resto, non tutti i sogni devono necessariamente trasformarsi in acquisti. E forse proprio la Berkel, con la sua meccanica tradizionale e il suo fascino immutato, avrebbe dovuto suggerirmi fin dall'inizio che il rapporto tra passato e futuro sarebbe stato il tema della mia visita.

A quel punto, non avendo fretta, ho deciso di fare un giro per il negozio. Ed è stata una scoperta continua. Tra uno scaffale e l'altro mi sono imbattuta in una serie di oggetti che mi hanno davvero sorpresa, alcuni divertenti, altri curiosi, altri ancora talmente innovativi da sembrare usciti da un film di fantascienza. Ma la cosa più interessante è stata accorgermi che, accanto alle novità tecnologiche, ricomparivano oggetti che appartengono alla memoria della mia generazione. Come se il futuro e il passato avessero deciso di darsi appuntamento proprio lì, tra gli scaffali.

La prima sorpresa è arrivata dal reparto dedicato agli animali domestici. Un tempo si trovavano ciotole, cucce, qualche gioco e poco altro. Oggi, invece, i nostri amici a quattro zampe possono disporre di autentici apparecchi tecnologici. Ho scoperto una lettiera per gatti che sembra una piccola navicella spaziale, capace di pulirsi automaticamente, e un'altra che assomiglia a una sfera bianca con un'apertura circolare. Accanto, distributori automatici di cibo e acqua, ciotole intelligenti e persino una casetta per uccelli dotata di telecamera, per osservare da vicino i visitatori alati del proprio giardino. Mi sono chiesta che cosa ne penserebbero i miei gatti, abituati da sempre a considerare la casa una loro proprietà e gli esseri umani semplicemente il personale di servizio. Ripensando a quando ero bambina, mi sono resa conto di quanto sia cambiato anche il nostro rapporto con gli animali domestici. Non soltanto perché oggi riserviamo loro attenzioni e cure un tempo impensabili, ma perché abbiamo cominciato a trasferire anche nel loro mondo quella tecnologia che già governa buona parte della nostra vita.

Ma le sorprese non erano finite. Poco più avanti ho incontrato un oggetto decisamente più impegnativo: un esoscheletro. Non quello dei film di fantascienza, naturalmente, ma un dispositivo da indossare che promette di ridurre la fatica durante il movimento e di offrire un sostegno alla camminata. Si chiama NAVEe EXO 5 Pro e, secondo la pubblicità, può diminuire lo sforzo fisico fino al 35 per cento. Una sorta di assistente meccanico che accompagna le gambe, aiutandole nei movimenti. Non so quanto sia efficace nella pratica, ma il solo fatto che un apparecchio del genere venga proposto al pubblico in un normale negozio mi sembra significativo. Mi sono tornate alla mente le immagini dei primi robot che vedevamo nei film e nei programmi televisivi di tanti anni fa. Allora ci sembravano invenzioni destinate a un futuro lontanissimo. Oggi quel futuro è arrivato, almeno in parte, e lo troviamo in vendita accanto agli aspirapolvere.

Poi i droni. Non sono certo una novità, ma quello esposto, un modello Antigravity A1, promette riprese immersive a 360 gradi e un'esperienza di volo particolarmente coinvolgente. Guardando lo schermo che mostrava spettacolari paesaggi montani, ho pensato a quanto sia cambiato il nostro rapporto con le immagini. Ricordo quando per fotografare bisognava scegliere con attenzione che cosa immortalare, perché ogni scatto aveva un costo e il risultato si scopriva soltanto dopo lo sviluppo del rullino. Oggi possiamo realizzare centinaia di fotografie in pochi minuti, cancellarle, modificarle e condividerle immediatamente. E possiamo perfino osservare il mondo dall'alto con un piccolo apparecchio che sta comodamente in una borsa. Certo, bisogna anche imparare a pilotarlo, rispettare le regole e, possibilmente, evitare di farlo finire sul tetto del vicino. Ma è straordinario pensare a quanta strada abbiamo percorso in così poco tempo.

Eppure, in mezzo a tanta tecnologia, ecco comparire qualcosa che appartiene a un'altra epoca: il Tamagotchi. Quel piccolo animaletto elettronico che negli anni Novanta conquistò bambini e ragazzi è tornato sugli scaffali, con tanto di espositori coloratissimi per celebrare il suo trentesimo anniversario. Un essere virtuale da nutrire, accudire e far crescere, proprio come trent'anni fa. Mi ha fatto sorridere pensare che, mentre la tecnologia sviluppa sistemi sempre più sofisticati per occuparsi degli animali veri, continuiamo a divertirci prendendoci cura di quelli immaginari. Ma soprattutto mi ha colpito il ritorno di un oggetto che sembrava destinato a scomparire, travolto dall'evoluzione dei videogiochi e degli smartphone. Evidentemente anche la tecnologia ha una sua memoria e, qualche volta, decide di recuperarla.

Poco distante, un intero reparto dedicato ai personaggi dei cartoni animati e dei fumetti giapponesi. One Piece, Pokémon e una quantità impressionante di pupazzetti da collezione, molti dei quali racchiusi nelle caratteristiche scatole dei Funko Pop. Oggetti che per qualcuno sono semplici giocattoli e per altri rappresentano un vero universo culturale, fatto di storie, personaggi, passioni e collezioni. Mi sono chiesta se, in fondo, questi piccoli personaggi non svolgano oggi la stessa funzione delle figurine, dei soldatini e delle bambole che accompagnavano l'infanzia delle generazioni precedenti. Cambiano i protagonisti, cambiano i materiali e soprattutto cambiano i prezzi, ma il desiderio di possedere, raccogliere e conservare piccoli oggetti legati ai propri ricordi sembra essere rimasto intatto.

Infine, un'altra sorpresa, forse quella che mi ha fatto più piacere: i dischi in vinile. Proprio loro, i vecchi 33 giri che per decenni abbiamo sistemato nelle nostre librerie, prima di sostituirli con cassette, compact disc e infine con la musica digitale. Eccoli nuovamente in vendita, con le loro grandi copertine, le buste di cartone e quella materialità che la musica ascoltata attraverso un telefono ha inevitabilmente perduto. Non soltanto ristampe di vecchi successi, ma anche produzioni recenti. Qui la memoria si è fatta particolarmente viva. Per la mia generazione un disco non era soltanto musica. Era un oggetto da scegliere, acquistare, portare a casa, ascoltare e riascoltare. La copertina diventava familiare, le canzoni si legavano a momenti della vita, a persone e luoghi che ancora oggi riaffiorano non appena risentiamo una certa melodia. La musica digitale ci ha regalato una libertà di ascolto straordinaria, ma forse ci ha tolto qualcosa di quel rapporto fisico, quasi affettivo, con i dischi. Vederli nuovamente sugli scaffali mi ha fatto pensare che non sempre ciò che viene superato tecnologicamente perde anche il proprio valore.

È stato proprio davanti ai vinili che ho trovato il filo conduttore di quella passeggiata. In fondo, la tecnologia e la memoria non sono necessariamente in contraddizione. La prima modifica continuamente il nostro modo di vivere, la seconda ci permette di riconoscere ciò che resta, anche quando tutto sembra cambiare. Un'affettatrice Berkel, un Tamagotchi, un disco in vinile raccontano epoche diverse, ma anche la capacità degli oggetti di sopravvivere alla loro funzione originaria, diventando simboli, ricordi, qualche volta persino piccoli oggetti del desiderio.

Ripensando a quello che ho visto, mi sono resa conto di quanto sia cambiato il mondo nel corso della mia vita. Ho conosciuto un tempo in cui il televisore era una novità, il telefono aveva un filo e per ascoltare la musica bisognava mettere un disco sul giradischi. Ho assistito all'arrivo dei primi computer, dei telefoni cellulari, di Internet e poi degli smartphone. Ogni volta sembrava che fosse stata raggiunta una conquista definitiva, e ogni volta, dopo pochi anni, arrivava qualcosa di nuovo a modificare ancora le nostre abitudini. La cosa che mi affascina maggiormente non è soltanto la velocità del progresso, ma il fatto di poter confrontare direttamente mondi così diversi, perché li ho conosciuti entrambi.

Non sono una persona che rimpiange continuamente il passato. Anzi, mi piace scoprire le novità, capire come funzionano le cose e osservare in quale direzione stiamo andando. Naturalmente, non tutto quello che viene inventato è indispensabile e qualche volta mi domando se certi oggetti rispondano a un bisogno reale oppure se sia la pubblicità a convincerci che non possiamo più farne a meno. Ma credo anche che la memoria non debba diventare un rifugio nel quale chiudersi per evitare il presente. Serve piuttosto a comprenderlo, a misurare le trasformazioni e, perché no, ad apprezzare meglio le opportunità che abbiamo oggi.

Alla fine sono uscita dalla SME senza aver comprato nulla e senza aver ancora deciso quale piano a induzione scegliere. In compenso, ho scoperto un sacco di cose che non sapevo nemmeno esistessero e ne ho ritrovate altre che credevo appartenessero ormai soltanto ai ricordi. La Berkel è rimasta dov'era, i miei gatti continueranno ad avere una lettiera tradizionale e per il Black Friday avrò ancora qualche giorno per pensarci. Ma mi sono divertita. E soprattutto ho avuto la conferma di una convinzione che mi accompagna da tempo: la memoria è preziosa, ma non deve impedirci di guardare avanti. Perché il bello di aver vissuto abbastanza a lungo da ricordare com'era il mondo ieri è poter continuare a stupirsi di come sarà domani. Anche quando si esce di casa soltanto per scegliere un piano cottura.

lunedì 12 ottobre 2026

Iperpolitica. Anche l'Italia conosce il fiume che scompare


Dalla Lega delle origini al Movimento 5 Stelle, fino alla nascita di Futuro Nazionale, la politica italiana è stata attraversata da ondate di protesta, indignazione e promesse di cambiamento. Ma che cosa rimane quando l'entusiasmo si esaurisce? Un articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak, pubblicato su
Delo e ispirato alle riflessioni del filosofo belga Anton Jäger sull'iperpolitica, offre lo spunto per interrogarsi su un fenomeno che non conosce confini: la crescente capacità della politica di mobilitare i cittadini e la sua difficoltà a trasformare quella partecipazione in risultati concreti e duraturi.

«Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento». È una frase del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che mi è tornata in mente leggendo un interessante articolo del giornalista sloveno Luka Lisjak Gabrijelčič, pubblicato il 10 ottobre sul quotidiano Delo. L'autore richiama il concetto di iperpolitica, elaborato dal giovane filosofo belga Anton Jäger, per interpretare una situazione che riguarda da vicino la Slovenia, alle prese con una nuova stagione di mobilitazione politica e referendaria. Ma leggendo quelle considerazioni mi sono chiesta quanto di questa analisi possa essere applicato anche all'Italia.

Jäger definisce l'iperpolitica come una politicizzazione estrema priva di conseguenze politiche durature. Una società attraversata da ondate di indignazione, proteste, partecipazione emotiva, nella quale tuttavia l'energia collettiva fatica a tradursi in strutture organizzate, istituzioni solide e cambiamenti stabili. È l'immagine di un fiume impetuoso che periodicamente esonda, travolge ciò che incontra e poi scompare, lasciando dietro di sé ben poco di ciò che aveva promesso.

Se guardiamo alla storia politica italiana degli ultimi trentacinque anni, le analogie non mancano. Pensiamo alla Lega dei primi anni Novanta, nata come movimento di protesta contro il centralismo romano, la partitocrazia e un sistema politico travolto dalle inchieste giudiziarie. La sua forza stava nella capacità di interpretare un malessere diffuso e di trasformarlo in una mobilitazione popolare che aveva anche solide radici territoriali. La Lega non è scomparsa, anzi ha partecipato ripetutamente al governo del Paese. Ma che cosa rimane oggi delle promesse originarie, della rivoluzione federalista, dell'idea di un radicale cambiamento dei rapporti tra Stato e territori? La trasformazione da movimento autonomista settentrionale a partito nazionale ha modificato profondamente la sua identità.

Qualcosa di analogo, pur con caratteristiche completamente diverse, è accaduto con il Movimento 5 Stelle, nato nel 2009 e cresciuto attraverso la contestazione della politica tradizionale. Anche in quel caso la mobilitazione è stata straordinaria. Le piazze, la rete, il rifiuto dei partiti, la promessa di restituire il potere ai cittadini hanno alimentato un consenso che nel 2018 ha portato il Movimento a diventare la prima forza politica italiana. Eppure, il passaggio dalla protesta al governo ha imposto compromessi, trasformazioni e contraddizioni. Il Movimento esiste ancora, ma la sua identità attuale è molto diversa da quella delle origini. La promessa di superare il sistema dei partiti si è confrontata con la necessità di diventare, a sua volta, un partito.

Oggi assistiamo alla comparsa di Futuro Nazionale, il movimento di Roberto Vannacci. Anche qui ritroviamo alcuni elementi ricorrenti: la centralità di una figura carismatica, il linguaggio della rottura, la contrapposizione a un sistema presentato come incapace di rappresentare una parte dei cittadini. È ancora presto per stabilire quale sarà il suo percorso. Ma proprio questa nuova esperienza solleva una domanda: siamo di fronte alla costruzione di una forza politica destinata a consolidarsi oppure a un'altra ondata di mobilitazione destinata a esaurirsi quando verrà meno la spinta iniziale?

Naturalmente, sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano esperienze tanto diverse. La Lega ha costruito un'organizzazione territoriale e una presenza istituzionale che durano da decenni. Il Movimento 5 Stelle ha inciso sugli equilibri parlamentari e sulle scelte di governo. Non si può dunque sostenere che non abbiano prodotto conseguenze politiche. Il punto, però, è un altro: quanto delle aspettative suscitate si è tradotto in trasformazioni strutturali? E quanto, invece, si è consumato nella continua ricerca di una nuova protesta, di un nuovo leader, di un nuovo soggetto politico capace di raccogliere la delusione lasciata dal precedente?

È qui che l'analisi di Jäger diventa particolarmente interessante. La politica contemporanea sembra avere una straordinaria capacità di accendere passioni e una crescente difficoltà a costruire appartenenze durature. Le organizzazioni collettive che un tempo collegavano i cittadini alle istituzioni — partiti, sindacati, associazioni, organismi intermedi — hanno perso una parte importante della loro funzione. Al loro posto si sono affermate forme di partecipazione più immediate, spesso concentrate intorno a un leader o a una singola battaglia. I social network hanno amplificato questa trasformazione, rendendo possibile una mobilitazione rapidissima, ma non necessariamente capace di sopravvivere al momento dell'indignazione.

Eppure, una democrazia non può vivere soltanto di mobilitazioni intermittenti. Ha bisogno di organizzazioni, di competenze, di continuità e soprattutto della capacità di trasformare il consenso in decisioni e le decisioni in risultati. Non basta riempire una piazza, conquistare milioni di visualizzazioni o vincere un'elezione. Occorre poi governare i processi, assumersi responsabilità e accettare che il cambiamento richieda tempi assai più lunghi di quelli della comunicazione politica.

La riflessione di Luka Lisjak nasce dalla situazione slovena, ma il problema attraversa i confini. In Italia, forse, assume una dimensione ancora più evidente, perché da oltre trent'anni assistiamo alla successione di promesse di rinnovamento radicale, ciascuna presentata come la risposta definitiva al fallimento della precedente.

Il rischio non è soltanto la delusione di chi aveva creduto in quelle promesse. È qualcosa di più profondo: la progressiva perdita di fiducia nella possibilità stessa che la politica possa cambiare le cose. Ogni entusiasmo tradito alimenta una nuova indignazione, ogni indignazione cerca un nuovo interprete, ogni nuovo interprete promette di ricominciare da zero. E intanto si indebolisce proprio ciò di cui una democrazia avrebbe maggiore bisogno: la capacità di costruire, conservare e migliorare.

Forse è questo il significato più attuale della frase di Ortega y Gasset. Lo sforzo inutile conduce allo scoraggiamento. E quando lo scoraggiamento diventa collettivo, il pericolo non è più soltanto che i cittadini cambino partito o leader, ma che smettano di credere nell'utilità della partecipazione politica.

Il fiume dell'iperpolitica può continuare a esondare. La questione è se sapremo finalmente costruirgli degli argini, non per soffocare la partecipazione, ma per darle una direzione e una durata.

 

venerdì 18 settembre 2026

Crona, la parola che non si scioglie nella neve


Giovedì 17 settembre, a Casa Candussi Pasiani, il Comune di Romans d'Isonzo e la Pro Loco Romans d'Isonzo APS hanno organizzato «Una nevicata di parole per salutare l'estate», una serata di lettura condivisa aperta a tutti. Ogni partecipante aveva tre minuti per leggere un testo, proprio o di un altro autore, poesia o prosa: una pagina rimasta legata a un momento della vita. Le letture si sono alternate per tutta la serata, punteggiate dagli interventi musicali delle allieve della Baby Piano School. Ho scelto di leggere un testo mio, su una parola che in questi mesi mi accompagna: crona.

venerdì 28 agosto 2026

Cesare Pavese: un dovere sentimentale


Il ricordo di Cesare Pavese nell'anniversario della morte: gli anni dell'adolescenza, il fuorisacco del Messaggero Veneto e le Langhe scoperte tra Collio e Carso.

Ricordare Cesare Pavese, per me, è quasi un dovere sentimentale. Quindi eccomi qua a raccontare che, una vita fa, andai anche a consultare i giornali dell'epoca del 27 agosto 1950 - data che per me ha finito per avere un doppio significato, come si capirà più avanti - e mi stupii, non poco, nello scoprire che gli era stato dedicato un solo trafiletto. Titolo ad una colonna. Insomma irrilevante. Eppure fu in quella occasione che venni a conoscenza di una cosa interessante: non si sparò - non so come mai, ma avevo immaginato fosse stato quello il suo modo di liberarsi dell'angoscia che lo tormentava - ma prese un'intera confezione di sonniferi. Un modo meno scenografico, forse, più soft, diremmo oggi, di una pistola puntata alla tempia.

mercoledì 26 agosto 2026

Addio Dolly. La donna che scoprii dietro una canzone

Da Wikipedia
Non conoscevo Dolly Parton, e non conoscevo nemmeno la musica country. Anzi, una vita fa, quando andai in America e Giuliano Almerigogna mi chiese di portargli un paio di CD di musica country, mi stupii non poco: non mi sembrava uno stile particolarmente interessante. L'ho scoperto molto più tardi. Ed ora non c'è play list su Alexa che non comprenda almeno un paio di can zoni di Dolly Parton e di Jhon Denver. Dolly Parton è entrata nella mia vita solo anni dopo, per una porta laterale: una canzone, I Will Always Love You.  Come milioni di persone, avevo conosciuto quella canzone attraverso la voce di Whitney Houston e il film La guardia del corpo. Era il 1992 e quella interpretazione sembrava appartenere completamente a lei: la partenza quasi sussurrata, poi la voce che cresce, sale, e alla fine riempie tutto lo spazio possibile. Per molto tempo, nella mia testa, I Will Always Love You è stata Whitney Houston.

giovedì 13 agosto 2026

Pace, guerra e armi: due proposte di legge per l’Italia

La pace e il business della guerra
La guerra è anche un enorme business. Ma quanto investiamo nella pace? Un confronto tra Italia Neutrale e la proposta “Un’altra difesa è possibile”.


Nel podcast pubblicato domenica 9 agosto, con l'intervista a dom Stefano Visintin, abbiamo parlato di pace e di amore, due parole che diventano facilmente astratte, se non retoriche, quando non le misuriamo con quello che succede intorno a noi.

lunedì 27 luglio 2026

La pastasciutta antifascista: cos'è e perché se ne discute

Una delle tante locandine in Italia

Da dove nasce la pastasciutta antifascista del 25 luglio, il legame con i fratelli Cervi e le polemiche 2026 su antifascismo e comunismo.

Il 25 luglio, in centinaia di piazze italiane, si è ripetuto un rito ormai consolidato: la pastasciutta antifascista.

L'origine: Campegine, 25 luglio 1943

Il nome e il gesto nascono da un episodio preciso. Il 25 luglio 1943, appresa la notizia della caduta di Mussolini e dell'arresto ordinato dal re, la famiglia Cervi — sette fratelli contadini di Campegine, in provincia di Reggio Emilia, poi fucilati dai fascisti nel dicembre del 1943 per la loro attività nella Resistenza — cucinò 380 chili di pasta e la offrì gratuitamente a tutto il paese, per festeggiare la fine del regime. Un gesto di condivisione, non un atto politico organizzato in senso stretto: pasta a chiunque passasse, senza tessere né appartenenze da esibire.

Da quell'episodio, l'Istituto Alcide Cervi (che gestisce la casa museo di Gattatico) e l'ANPI hanno costruito negli anni una rete di eventi che si ripete ogni 25 luglio in Italia e all'estero: la "Rete delle Pastasciutte Antifasciste", con tanto di regole condivise — pasta offerta gratuitamente dove possibile, evento coerente con i valori di antifascismo, libertà, inclusione, uguaglianza e giustizia, un momento dedicato a ricordare la storia dei Cervi. Quest'anno l'iniziativa cade anche nell'ambito delle celebrazioni per l'80° anniversario della Costituzione repubblicana.

La polemica

La critica che circola sui social riguarda la presenza, tra gli organizzatori o i partecipanti di molte pastasciutte locali, di soggetti politici come Rifondazione Comunista. L'obiezione è: come si concilia un evento dedicato all'antifascismo con la partecipazione di forze che si richiamano a un'ideologia, quella comunista, sotto la quale si sono consumate dittature altrettanto documentate — dai gulag sovietici alle purghe, dalla Cambogia di Pol Pot alla Cina maoista?

Non è una polemica isolata. A Forni di Sopra è emersa sui social nei giorni scorsi, con toni analoghi. Ma casi simili, con più eco sulla stampa, si sono visti anche altrove quest'anno: a Cremona un consigliere di opposizione ha contestato la locandina di una pastasciutta organizzata in un bene confiscato, giudicandone "troppo a sinistra" la gestione e i simboli esposti; ad Ascoli Piceno una parrocchia ha revocato all'ultimo momento la disponibilità degli spazi per l'iniziativa, dopo le pressioni di alcuni fedeli contrari al termine "antifascista" in locandina; a Civitavecchia uno striscione dell'evento, appoggiato per esigenze logistiche davanti alla targa del Parco Martiri delle Foibe, ha scatenato uno scontro politico acceso.

È un'obiezione che si basa su un fatto storico reale: i regimi comunisti del Novecento sono stati, in molti casi, regimi totalitari a tutti gli effetti, con un bilancio di vittime e repressione ampiamente documentato dalla storiografia. Su questo non c'è seria discussione tra gli storici.

Chi difende la formula della pastasciutta antifascista, dal canto suo, distingue due piani. Il primo è quello della memoria specifica: l'evento non celebra un'ideologia generica, ma un episodio puntuale — la fine del fascismo in Italia il 25 luglio 1943 — e i valori costituzionali che ne sono derivati (la Costituzione italiana nasce esplicitamente in contrapposizione al fascismo, non al comunismo, che pure ne fu tra le componenti fondative insieme a cattolici e liberali). Il secondo è quello della partecipazione: che un partito o un'associazione aderisca a un'iniziativa aperta non equivale, per chi la organizza, a un'approvazione di tutto ciò che quel soggetto rappresenta o ha rappresentato altrove nel mondo.

Resta il punto sollevato dai critici: se l'evento vuole essere un presidio di valori democratici e non un rito identitario di una sola area politica, la presenza quasi esclusiva di sigle di sinistra tra gli organizzatori è un dato che alimenta la percezione di parzialità, a prescindere da come la si giudichi nel merito.

Perché la discussione ha senso

Fascismo e comunismo storico sono stati entrambi, in Italia e altrove, esperienze totalitarie: su questo la ricerca storica è concorde. Il punto controverso non è se il comunismo sia stato o meno una dittatura in molti dei paesi in cui si è realizzato, ma se questo renda illegittimo o incoerente un evento nato per ricordare specificamente la caduta del fascismo in Italia. È una domanda legittima, ed è bene che se ne discuta apertamente invece di liquidarla come provocazione — così come è bene non liquidare l'evento in sé come propaganda di parte, visto che affonda in un episodio storico verificabile e non in un'invenzione recente.


lunedì 15 giugno 2026

Tarocchi e Jung: quando le carte diventano uno specchio dell'anima


I tarocchi come strumento di conoscenza interiore, non di divinazione. Scopri il legame tra psicologia junghiana, archetipi e simbolismo in un incontro a Gorizia con Lia Silvia Gregoretti, giovedì 18 giugno, alle 18,  in sala Dora Bassi a Gorizia.

Ammettiamolo. Quando sentiamo parlare di tarocchi, molti di noi pensano immediatamente alla divinazione, alla previsione del futuro, alle cartomanti e alle sfere di cristallo.

Eppure esiste un altro modo di guardare a queste antiche immagini. Un modo che non ha nulla a che fare con la magia e molto con la conoscenza di sé. 

domenica 3 maggio 2026

I mughetti di gennaio — quando il giardino risponde al lutto


C'era ancora luce, il 10 gennaio, ma appena. Ho preso la pala e sono andata dietro le ortensie, in quella parte del giardino che d'inverno non vede mai il sole. Il terreno era già duro, quasi ostile. Ho scavato quaranta centimetri con la pala, mentre le mani non riuscivano a stare ferme, pensando solo a fare in fretta, a finire prima del buio.

L'ho avvolta in un asciugamano di cotone. Quasi un sudario. Nella nuda terra non avrei potuto metterla — diciassette anni vissuti insieme lasciano il segno, e certe cose non si fanno.

Si chiamava Nereide, perché era nera nera, senza un pelo bianco. Ma l'ho sempre chiamata Micia, e a quel suono lei ha sempre risposto. È così con i gatti: hanno un nome ufficiale che appartiene a chi li ha scelti, e un nome vero che appartiene alla vita di tutti i giorni, all'intimità della cucina e del divano.

Era nata a Trieste. Aveva il terrore delle macchine, e per questo non aveva mai varcato davvero il cancello — solo qualche volta, quando accompagnavo un ospite fino al portoncino, si avventurava di un metro oltre la soglia, cauta, curiosa, e poi tornava indietro. Il giardino era il suo mondo, e in quel mondo era una grande cacciatrice. Quando suonava il campanello correva a vedere chi era. Aveva quella qualità rara: l'interesse genuino per le cose.

Poi è arrivata la primavera, e dietro le ortensie, sopra la sua tomba, sono spuntati i mughetti.

Non li avevo piantati. Non ricordavo di averli mai visti lì. Eppure erano lì, bianchi e precisi e odorosi, come se qualcuno avesse deciso che quella terra meritava qualcosa di bello.

Il Convallaria majalis è una pianta che vive in gran parte sottoterra, nascosta nei rizomi che scivolano nel suolo in silenzio per anni. La terra smossa, aerata, lavorata è spesso quello che serve per farli emergere: un varco, un invito. Forse erano già lì prima, dormienti. Forse la buca scavata con la pala quel pomeriggio di gennaio è stata la ragione per cui hanno deciso di salire.

Ma ho smesso presto di cercare la spiegazione botanica.

Il mughetto, nelle tradizioni dell'Europa antica, era un fiore di soglia — cresceva nei luoghi in cui il confine tra i vivi e i morti si assottigliava. Non un fiore lugubre: un fiore di passaggio sereno. I Celti lo associavano alla capacità delle anime di tornare, almeno per un momento, nei luoghi che avevano amato. Nel linguaggio dei fiori vittoriano significa ritorno della felicità. Anche solo questo mi sarebbe bastato.

I gatti hanno sempre vissuto a metà tra il nostro mondo e un altro. Stanno sul bordo delle cose — sul davanzale, sulla soglia, nel mezzo della porta. Nereide lo faceva letteralmente: si fermava a un metro oltre il cancello e poi tornava indietro, come se sapesse esattamente fin dove arrivava il suo territorio e dove cominciava qualcosa di diverso. Forse è per questo che la loro perdita pesa in modo strano, diverso da quello che ti aspetti: non ti lasciano mai del tutto, e quando se ne vanno hai la sensazione che siano tornati dall'altra parte, lì dove stavano già con un piede.

Grey, il gatto grigio, un anno più giovane di lei, da quel 10 gennaio miagola incessantemente. Annusa tutti i cuscini in cui la Micia soleva adagiarsi. La sta cercando. Non sa ancora, o forse sa e non riesce ad accettarlo, che lei è dietro le ortensie, sotto i mughetti, avvolta nel suo asciugamano di cotone.

Io invece lo so. E ogni volta che passo di lì mi fermo un momento.

Il giardino ha smosso quella terra e ha restituito qualcosa di bianco e ostinato e odoroso di primavera. Ho scelto di chiamarlo risposta.

sabato 21 marzo 2026

Eredità interrotte. La casa rossa sotto il monte

Se c’è una cosa che mi dispiace molto è che i miei cugini abbiano demolito la casa dove mia nonna visse a Polazzo, subito sotto il monte. Capisco le loro necessità. Capisco il modernismo. Capisco anche che quella casa probabilmente non aveva fondamenta solide. Ma il ricordo di quella facciata rossa con la riga bianca, quasi sotto il sasso di San Belin, è rimasto immutato nella mia mente.

Era una casa povera, essenziale, costruita per resistere più che per durare. Eppure dentro quelle mura si custodiva un sapere che non ha mai trovato posto nei libri.

Vicino alla casa c’era un piccolo boschetto di acacie. In primavera il terreno si riempiva di violette profumate, così fitte da sembrare un tappeto. Sono immagini che il tempo non è riuscito a cancellare.

Il ricordo di mia nonna Maria ritorna spesso. Era una donna che non avevo capito davvero. La trovavo chiusa, introversa, a volte autoritaria. Solo molti anni dopo ho iniziato a intuire quale fosse stata la sua più grande rinuncia.

Non una rinuncia spettacolare. Una rinuncia quotidiana, silenziosa. Come quella di tante donne della sua generazione — e di molte generazioni prima. Per secoli, nelle comunità contadine europee, il sapere della cura è stato affidato alle donne. Erano levatrici, guaritrici, consigliere. Conoscevano le erbe, i rimedi, i tempi della nascita e quelli della morte. Era un sapere pratico, empirico, tramandato attraverso l’esperienza e la fiducia. Un sapere che teneva insieme le comunità.

Poi, lentamente, quel sapere è diventato sospetto. In alcuni momenti della storia è stato addirittura perseguitato. La caccia alle streghe non fu soltanto una stagione di paura religiosa. Fu anche un conflitto sociale e culturale, in cui vennero colpite forme di autonomia femminile e modalità di conoscenza non controllate dalle istituzioni.

Con il tempo, la modernità ha portato conquiste fondamentali: la medicina scientifica, l’istruzione, nuove possibilità di emancipazione. Ma ha portato anche una frattura. Molte eredità sono state interrotte. Le case sono state abbattute. Le storie non raccontate. I gesti dimenticati.

Nel podcast che uscirà domani, domenica, “Eredità interrotte”, ho provato a partire proprio da questa memoria personale per riflettere su una storia più grande. Una storia che riguarda il rapporto tra sapere e potere, tra tradizione e progresso, tra ciò che scegliamo di conservare e ciò che lasciamo andare. Perché ogni comunità si costruisce anche su ciò che decide di non ricordare.

E tuttavia qualcosa resta. Nei racconti frammentari, negli oggetti sopravvissuti, nei nomi pronunciati sottovoce. Perché ciò che non è stato scritto è stato dimenticato. Ma non sempre perduto.

domenica 14 dicembre 2025

La notte in cui ho sfidato Temu

Ho fatto un ordine su Temu da qualche centinaio di euro. Una follia notturna, lo ammetto. Non riuscivo a dormire, le “promozioni imperdibili” lampeggiavano come sirene su uno scoglio e… zac, ho esagerato. La mattina dopo, con la lucidità che solo l’alba sa riportare, mi sono resa conto della stupidaggine e ho annullato tre quarti degli acquisti.

Ma ormai la curiosità è accesa: adesso aspetto i pacchi con un misto di ansia e divertimento, pronta a scoprire se i capi saranno davvero di qualità infima — come giura qualcuno — oppure se non abbiano nulla da invidiare a ciò che troviamo nei negozi tradizionali, come sostengono altri da tempo.

Perchè l'ho fatto? Per curiosità ma anche perchè il made in Italy continua a costare come ieri, ma da tempo non coincide più con la filiera che i consumatori immaginano. Chi passeggia nelle vie del lusso delle grandi città italiane nota un cambiamento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile: nelle boutique entrano quasi esclusivamente clienti cinesi, giovani, sicuri, disinvolti.

Il segnale è evidente: il centro di gravità dei consumi si sta spostando, e non è più localizzato qui. Per molti acquirenti italiani, abituati a scegliere marchi storici per qualità e affidabilità, questo scenario risulta spiazzante. Un tempo un abito che costava cento era prodotto in Italia, nelle botteghe e nei distretti tessili che hanno reso celebre il nostro saper fare nel mondo. Con la stessa cifra oggi spesso si acquista un prodotto realizzato altrove, con filiere lunghe e stratificate.

La delocalizzazione ha garantito margini più ampi alle imprese, ma ha allontanato la produzione dal territorio, riducendo la tracciabilità reale e percepita. Intanto piattaforme come Temu e Shein, inizialmente liquidate come fast fashion a basso costo, stanno compiendo un salto qualitativo: introducono linee più curate, materiali migliori, collezioni ispirate ai brand occidentali, talvolta indistinguibili alla vista. Se le aziende italiane producono già negli stessi stabilimenti asiatici da cui queste piattaforme attingono, quanto tempo passerà prima che il consumatore decida di acquistare direttamente dalla fonte, eliminando il marchio intermedio?

In altri settori è accaduto: smartphone ed elettrodomestici cinesi hanno guadagnato credibilità, conquistando mercato a scapito dei brand storici. La moda potrebbe seguire lo stesso percorso, soprattutto se la qualità percepita convergerà. Non va trascurata un’ulteriore variabile: la possibile riqualificazione degli store cinesi presenti nelle nostre città. Oggi spesso percepiti come punti vendita low-cost, potrebbero trasformarsi rapidamente in competitor dei marchi tradizionali se inizieranno a proporre prodotti di fascia più alta, forti di logistica capillare e prezzi competitivi.

A conferma della fragilità del sistema è arrivato anche un segnale giudiziario: la Procura di Milano ha richiesto documentazione a tredici case di moda nell’ambito di un’inchiesta sul caporalato, con l’obiettivo di verificare la catena degli appalti e subappalti. Non si tratta di accuse, ma il messaggio è chiaro: quando la filiera si allunga, il controllo si riduce. Se le piattaforme orientali garantiranno qualità comparabile e trasparenza produttiva, mentre l’industria nazionale mostrerà zone d’ombra, sarà difficile chiedere fedeltà al consumatore.

Il mercato non ragiona con la nostalgia, ma con il portafoglio. È allora legittimo chiedersi se abbia senso un modello che delocalizza per ridurre i costi, ma finisce per alimentare i competitor che un giorno potrebbero sostituirlo. Perché un marchio non sopravvive grazie alla storia, ma grazie alla coerenza tra ciò che promette e ciò che vende. Se la qualità si sposta e il prezzo rimane, la fiducia si incrina. E una fiducia incrinata, nel mercato globale di oggi, è molto più difficile da recuperare che da perdere.

sabato 13 dicembre 2025

Scripta manent: una serata, tante voci, un unico grazie

Sono qui, distesa sul divano con il notebook sulle ginocchia e il fuoco del caminetto che mi fa compagnia come un vecchio amico. Ho nelle orecchie le cuffiette magiche che mi ha consigliato Roberto—quelle che ormai dimentico di togliere, finché una voce cinese non decide di rimproverarmi all’improvviso. Un piccolo spavento, un grande sorriso.

Spotify intanto mi manda una playlist di canzoni italiane degli anni Sessanta. E mentre le note scorrono, mi si stringe qualcosa dentro. È come se le dita della memoria mi accarezzassero la spalla. Rivedo me stessa ragazzina, ingenua e convinta che il mondo fosse tutto rosa. Poi ho scoperto che non proprio… ma le canzoni sì, quelle non mi hanno mai tradita.

Scrivo questo post perché ieri sera, all’agriturismo Brumat, nella serata organizzata per l'ennesima presentazione del mio "Donne tra due mondi" ho avuto una delle sorprese più dolci degli ultimi tempi: l'iniziativa si è trasformata in una serata che non avrei mai osato immaginare così bella. E ne scrivo qui, sul blog, perché desidero che tutto questo resti. Che rimanga nella memoria, nero su bianco, perché — diciamolo — scripta manent, verba volant. E a volte è bello trattenere un frammento di felicità, prima che voli via.

E voglio ringraziarvi. Pubblicamente. Con il cuore in mano.

Ero convinta che sarebbe stata una cena intima, che avrebbero partecipato solo gli amici che il libro l’avevano già preso. E invece no. La sala era piena, pienissima. E soprattutto era piena di vita.

C’erano le amiche che non avevo potuto vedere il giorno del mio compleanno, quel compleanno rimandato dal mio infortunio—questo gesso che ancora mi costringe a rallentare i passi e a rinviare lo spettacolo su Antonio Bonne. Sono arrivate con i loro regali, con i loro sorrisi, con quella presenza che vale più di mille parole.

C’era la mia vicina di casa, quella che stresso sempre per via del muro di recinzione da sistemare. C’era Elisabetta—non Simonetta!—la restauratrice più brava della regione (o forse d’Italia). C’erano Gabry e Paolo, complici perfetti di tartufi, pesce, musica e politica. E l'altro Paolo che con la sua chitarra ha dato anima ai monologhi di Lucia ed Edy, facendo rivivere Caterina, il vigile del mercato e Zita, la mia Zita raccoglitrice di erbe.

C’era Antonella, che avrebbe dovuto conversare con me durante la presentazione… e che invece ho travolto, come sempre, perché quando parto non mi fermo più. Ma il suo sorriso, credetemi, è stato più eloquente di qualsiasi domanda. E poi Sandra e Gianfranco, amici nuovi ma già cari. Gianfranco, che ha un dono raro: scrivere le emozioni con una delicatezza che arriva dove le parole di tutti gli altri non arrivano. E suo cognato Paolo, onnipresente nelle iniziative culturali della città—che io, sinceramente, non so come faccia a essere ovunque. Infine Patrizia. La perfezionista. La donna che ha girato il mondo per la cooperazione internazionale e che da mesi mi promette una chiacchierata che aspetto come si aspetta un tè con una vecchia amica. Lei, peraltro, ha un compito difficile, lo sa bene: aiutarmi a ritrovare la mia anima friulana. Missione possibile? Chissà. Ma se c’è qualcuno che può farcela, è lei.

E poi c’è lei: Stefania, la figlia di Valentina, che ieri sera ha gestito la sala con l’efficienza e l’eleganza di un vecchio maître navigato. E invece è solo una ragazzina — ma di quelle che fanno sentire orgogliosa una madre. Brillante a scuola, determinata, attenta ai dettagli. Le ho persino suggerito di studiare economia, perché un giorno possa valorizzare fino in fondo l’attività di famiglia. Una piccola imprenditrice in fieri, con i fiocchi.

E, naturalmente, non posso dimenticare Leonarda e Adriano, gli architetti ai quali mi affido sempre quando si tratta di scegliere una casa, un colore, un dettaglio che farà la differenza. Leonarda con il suo occhio sicuro e la sua calma preziosa; Adriano — il mio “cugino mancato” — con quella sensibilità estetica che ti fa venir voglia di rifare ogni stanza da capo. Averli lì, ieri sera, è stato come avere due fari accesi nella sala.

E se non ho citato tutti, non è certo perché vi abbia dimenticati: è che se iniziavo l’elenco completo diventava un testamento… e io ho tutta l’intenzione di vivere almeno fino a centovent’anni. Ci saranno tante, tantissime altre occasioni per nominarvi — e abbracciarvi.

Ecco perché scrivo. Per dire grazie. Per dire che, nonostante il gesso, nonostante la fatica, nonostante la vita che a volte inciampa… ci sono serate che ripagano tutto. Serate che ti ricordano che non sei sola. Che stai costruendo qualcosa che parla alle persone. Che le parole, quando sono condivise, diventano casa.

Ieri sera, quella casa eravate voi.

giovedì 11 dicembre 2025

Addio a Sophie Kinsella, la scrittrice che sapeva farci ridere anche nei giorni storti

C’è un dettaglio che oggi mi torna alla mente con una tenerezza particolare. La mia estetista di riferimento – con cui da anni mi scambio libri, consigli e novità letterarie e serie tv – ha una bambina che si chiama Sophie. Non ho mai avuto il coraggio di chiederle apertamente se quel nome fosse un omaggio a Sophie Kinsella, ma qualcosa mi dice di sì. Ricordo ancora il suo volto quando qualcuno, ingenuamente, pronunciava il nome “alla francese”, con l’accento sull’ultima i: si irrigidiva subito, puntualizzava, quasi a difendere un’identità precisa, un suono che aveva un peso affettivo tutto suo.

E forse è bello pensare che oggi esista una piccola Sophie che porta, senza saperlo, un frammento vivo dell’autrice che ha illuminato le nostre giornate più buie. Kinsella mi ha regalato sorrisi quando ne avevo davvero bisogno e – ammettiamolo – ha anche fornito una sorta di alibi letterario a quelle nostre fasi di acquisto compulsivo che, prima o poi, toccano tutte. La differenza è che, con lei, riuscivamo perfino a riderci su.

Perchè oggi il mondo della letteratura ha perso una voce luminosa e gentile: Sophie Kinsella, autrice britannica amata da milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo, si è spenta all’età di 55 anni dopo una lunga battaglia contro un tumore al cervello. La notizia è stata condivisa dalla sua famiglia con commozione, ricordando come negli ultimi giorni della sua vita fosse circondata dall’affetto dei suoi cari, dalla musica e dal calore delle piccole gioie quotidiane.

Nata Madeleine Sophie Wickham a Londra nel 1969, Sophie ha iniziato la sua carriera come giornalista finanziaria prima di trasformare in romanzi la sua ironia, la sua capacità di osservare i tic della vita moderna e – soprattutto – il suo senso dell’umorismo.

Forse la conosciamo più di tutti come la creatrice di Becky Bloomwood, protagonista della celebre serie I Love Shopping, una saga che ha fatto ridere, e – diciamolo – anche annusare un po’ di follia nelle nostre stesse ossessioni da consumatrici. Ma il suo talento non si limitava a Becky: i suoi romanzi come Ti ricordi di me?, La regina della casa e sai tenere un segreto? erano piccoli, deliziosi sprazzi di allegria e umanità.

Per me — e per tanti altri lettori — bastava aprire uno dei suoi libri per sentirsi con la spalle un po’ più leggere, il sorriso un po’ più facile. C’era qualcosa nei suoi personaggi, nei loro pasticci, nelle loro imperfezioni, che ci faceva sentire a casa, proprio quando la giornata sembrava non voler girare dalla nostra parte.

E adesso che Sophie non c’è più, i suoi libri restano lì, pronti a regalarci ancora quella genuina felicità leggera che sapeva infondere con naturalezza: una piccola rivoluzione contro la tristezza, pagina dopo pagina.

Addio Sophie — grazie per quei sorrisi infilati tra le righe.

giovedì 9 ottobre 2025

Il blu invece del nero

Ho amato, fino a poco tempo fa, il bianco e il nero. Da ragazza vestivo quasi solo di bianco, ma non in modo austero: amavo le camicette di pizzo, leggere e romantiche, e le gonne a pieghe in shantung di seta che ondeggiavano ad ogni passo. C’era qualcosa di gioioso e deciso in quel bianco — come se non servissero troppi colori per dire chi ero. L’unico tocco “diverso” era un foulard annodato al collo, piccolo vezzo che spezzava la perfezione luminosa dell’insieme.

Poi, col tempo, è arrivato il nero. Totale, elegante, rassicurante. Mi ci sono adagiata con naturalezza: il nero sa essere alleato nei momenti in cui non vuoi spiegare troppo, nei giorni in cui basta la presenza. Ogni tanto lo alleggerivo con pois o pied de poule, piccoli divertimenti dentro una cornice severa. A un certo punto ho persino pensato che fosse scritto nel destino: Maria Stuart, regina di Scozia, nata l’8 dicembre come me, amava proprio il bianco e il nero e li vestiva, quasi sempre: velluto e taffetà: i tessuti che anch'io amo di più.

E poi… Giorgio Armani. Dopo la sua scomparsa ho letto alcune sue parole e ho scoperto il blu scuro. Non quello brillante delle estati marine, ma il blu profondo, elegante e calmo. Da quel momento il nero ha iniziato a pesarmi addosso, come se avesse perso la sua leggerezza. Il blu, invece, è arrivato come un respiro nuovo.

Forse è la maturità. Forse per anni, anche nella vita, ho visto solo bianco e nero: dentro o fuori, giusto o sbagliato. Adesso mi accorgo che tra i due ci sono infinite sfumature. E che saperle abitare — nei vestiti e nei giorni — è un atto di libertà.

Domani presenterò il mio libro Donne tra due mondi. L’introduzione sarà teatralizzata, con attori e attrici che daranno voce ad alcune protagoniste. Insieme abbiamo riflettuto su come vestirci. E, quasi naturalmente, la scelta è caduta sul blu.

Blu per tutti. Un colore che tiene insieme eleganza e profondità, senza la rigidità del nero né la fragilità del bianco. Un colore che, a pensarci bene, racconta bene anche questa fase della vita: meno contrasti netti, più spazio per le sfumature.

Presentazione di Donne tra due mondi

Gorizia, venerdì 10 ottobre – ore 18.00

Sala Incontro, via veniero 1, San Rocco

venerdì 15 agosto 2025

Ferragosto: tra Augusto, l’Assunta e la mia gelateria del cuore

Riti antichi e piaceri moderni per un Ferragosto tutto mio.

Ferragosto, per me, non è soltanto una data sul calendario: è una soglia.

Una giornata che segna il culmine dell’estate, quando il sole sembra ancora voler dimostrare la sua forza, ma l’aria – se ci si fa caso – porta già con sé una nota diversa, quasi un invito a rallentare.

Le sue radici affondano in tempi lontani: nel 18 avanti Cristo, l’imperatore Augusto istituì le *Feriae Augusti*, giorni di riposo per celebrare la fine delle fatiche nei campi. Molto dopo, la Chiesa cristiana sovrappose a queste feste pagane il culto dell’Assunzione di Maria, trasformando il 15 agosto in una delle ricorrenze religiose più sentite, celebrata con processioni, fiaccolate e pranzi comunitari.

Il mio Ferragosto, però, ha preso nel tempo un’altra strada. Per anni, la meta era il bosco di Tarnova: una fuga verde, fatta di ombra fresca e lunghe chiacchiere sotto gli alberi. Poi, un anno, arrivò un’invasione di topi a rovinare la magia, e così decisi di cambiare abitudini. Oggi il mio rito è più semplice – e forse proprio per questo è speciale: nel pomeriggio mi incontro con gli amici in una gelateria della zona, famosa per le sue coppe ricche e creative. È una tradizione silenziosa, che non ha bisogno di settimane di preparativi: basta un messaggio veloce e, come ogni anno, ci ritroviamo lì, tra chi sceglie un affogato al caffè e chi si avventura in gusti improbabili. Per qualcuno Ferragosto è mare, per altri montagna. Per me è un tempo di amicizia e di piccole cose: un tavolino all’ombra, il cucchiaio che affonda nella panna, le chiacchiere che si intrecciano leggere. Fuori, la città scorre in un ritmo diverso, sospesa tra il silenzio delle vie e il richiamo lontano delle feste di paese.

Così, anno dopo anno, questo giorno diventa un filo che lega persone e ricordi. E quando la sera arriva, con il suo cielo che inizia a scurirsi prima del solito, so già che il prossimo Ferragosto sarà lì ad aspettarmi… nella stessa gelateria, con lo stesso sapore di estate che si avvicina alla sua dolce fine.

E voi? Avete un vostro rito di Ferragosto, piccolo o grande che sia? Raccontatemelo nei commenti: mi piacerebbe scoprire come vivete questa giornata sospesa tra estate e autunno.

mercoledì 6 agosto 2025

Mercoledì, la figlia dark che avrei voluto essere

Oggi è mercoledì.

E già questo, per chi è cresciuto con la Famiglia Addams nel cuore e un certo gusto per l’ironia nera, sarebbe abbastanza. Ma oggi è anche il giorno in cui torna "Mercoledì", la serie firmata Tim Burton che ha riportato in auge la più inquietante (e irresistibile) adolescente della TV.

Coincidenza? Io direi destino.

Un segno del calendario. Un invito in codice gotico a preparare la tisana, sistemarsi le trecce (vere o metaforiche), e tuffarsi nella seconda stagione. Tra l'altro sono a letto causa un doloroso mal di schiena e la Tv ce l'ho in camera. 85 pollici di fronte al letto, Cosa poter desiderare di più?

Mercoledì Addams, per chi vive in una dimensione parallela dove non esistono Netflix né adolescenti, è la figlia maggiore della Famiglia Addams: pallida, lucida, arguta e con un’abilità nel mettere a disagio chiunque degna di una maestra elementare negli anni '50. Solo che qui non si limita a lanciare battutine: indaga, scrive, balla come un'ossessa e tiene testa a mostri, bulli e creature soprannaturali.

Io, che ho superato da un po’ l’età dei drammi adolescenziali (e pure quella dei tacchi alti), mi sono lasciata stregare dalla prima stagione. E adesso eccomi qua, alla soglia dei 75 anni, in trepidante attesa di una ragazzina che non sorride mai.

Cosa mi affascina di lei? Forse proprio il fatto che non le importa piacere. Che non cerca approvazione. Che cammina dritta anche quando il mondo intorno le crolla addosso. Una che scrive su carta, non sui social. Che ama il silenzio, ma quando parla non è mai banale.

E poi, diciamolo: anche se oggi i drammi si vivono su WhatsApp e non nel cortile del liceo, certi sentimenti restano universali. Il senso di non appartenere, la voglia di verità, l’orgoglio di essere sé stessi: ci sono passata anch’io, magari senza vampiri e lupi mannari, ma con i miei piccoli mostri quotidiani.

Quindi sì: oggi è mercoledì. E io la celebro guardando Mercoledì.

Perché ogni tanto, anche in una vita piena di lunedì, serve una ragazza in nero che ti ricordi che la stranezza non è un difetto, ma una splendida firma.

domenica 15 giugno 2025

La voce che non invecchia mai. Buon compleanno, Sergio Endrigo

Ieri era l’anniversario della nascita di Sergio Endrigo. E io, che lo porto nel cuore da una vita, (assieme a Fabrizio de Andrè e Franco Battiato) non sono riuscita a scrivere nemmeno due righe per ricordarlo. Colpa di un paio di giorni infernali, pieni di scadenze, contrattempi, stanchezza. Ma non potevo lasciar passare sotto silenzio questa data. Anche perché certi artisti – e certi ricordi – non si lasciano dimenticare così facilmente.

Endrigo è nato il 15 giugno del 1933 a Pola, in Istria. Un figlio di quella terra che il destino ha voluto controversa e che ha generato, insieme al dolore dell’esilio, anche un patrimonio culturale profondissimo. E lui, come molti esuli, si è portato dietro quella malinconia sottile che ha saputo trasformare in poesia. La sua voce – pacata, calda, a tratti fragile – è stata la colonna sonora di interi pomeriggi passati ad ascoltare i dischi sul giradischi di casa. Canzoni che sembravano raccontare anche la mia adolescenza, i primi turbamenti, le cose non dette.

"Canzone per te", "Io che amo solo te", "Te lo leggo negli occhi", Per non parlare della dolorosissima e per certi versi struggente 1947 che ho scoperto soltanto un paio di giorni fa. Titoli che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Non per nostalgia, ma per gratitudine.

Perché Sergio Endrigo non cantava per piacere. Cantava per necessità. Come chi ha bisogno di mettere in fila le parole per non farsi travolgere dai sentimenti. E in questo – ne sono certa – parlava anche un po’ per me, per noi, per tutti quelli che si sono sentiti almeno una volta fuori posto, fuori tempo, fuori scena. Oggi le sue canzoni sembrano provenire da un tempo lontanissimo. Eppure, quando le ascolto, mi sembrano più vere di tante parole di oggi. Perché raccontano l’essenziale: l’amore, la perdita, la dignità, la tenerezza.

E in un mondo che spesso urla, lui continuava a sussurrare.

Buon compleanno, Sergio.

Ci sono voci che non invecchiano mai. La tua è una di quelle.

venerdì 23 maggio 2025

Polizieschi all’italiana: Donne, misteri e città che parlano

Confesso: su Camilleri ero un po’ prevenuta. Quando uno scrittore viene acclamato da tutti, io tendo a prenderlo con le pinze. Troppo successo, troppa popolarità. Ma poi, un giorno, mi è capitata tra le mani la sua biografia di Pirandello – e lì è scattato qualcosa. Un entusiasmo che non mi aspettavo. Ho scoperto un autore acuto, appassionato, capace di scavare con delicatezza dentro la complessità di un altro gigante siciliano. Da lì in poi, sono diventata una sua fan convinta.

E naturalmente, sono approdata anche a Montalbano. All’inizio quasi per curiosità, poi per affetto, infine per amore. Di quella casa a Punta Secca (che nella serie è Marinella), dei vicoli di Ragusa Ibla, dei silenzi, delle risposte secche, della pasta 'ncasciata e dei pranzi in veranda. Montalbano mi ha ricordato che anche in Italia, quando si vuole, si sa fare televisione di qualità, capace di parlare al pubblico senza svendersi, e soprattutto di creare atmosfere che restano.

E così, da quella finestra sul mare siciliano, mi sono lanciata con entusiasmo alla scoperta di una nuova stagione del poliziesco italiano, dove non solo gli attori ma anche le città, le donne e le emozioni sono protagonisti. Ecco i miei preferiti, quelli che hanno reso le mie serate un appuntamento immancabile.

La Porta Rossa – Trieste, il confine tra la vita e ciò che resta In questa serie, Trieste è grigia, malinconica, intensa. Il commissario Leonardo Cagliostro, ucciso in servizio, non riesce a “passare oltre” finché non scoprirà chi lo ha tradito. E così si aggira come spirito, spettatore impotente, mentre la città continua a vivere senza di lui. Ma c’è qualcuno che può vederlo: una ragazza inquieta e sensibile, Vanessa. E poi c’è Anna, la moglie magistrato, donna forte e ferita, che cerca giustizia senza sapere che suo marito la guarda ancora.

La Porta Rossa è un noir fuori dai canoni, più vicino a una poesia che a un giallo, dove il crimine è solo l’inizio di un viaggio nel lutto, nella memoria, nell’amore. Un racconto sospeso, come la nebbia che avvolge il Molo Audace.

Lolita Lobosco – Tacco dodici e cervello fino Bari è calda, vivace, piena di luce. Come lei, Lolita Lobosco, vicequestore determinata e fuori dagli schemi. Elegantissima, colta, ironica, Lolita indaga tra pregiudizi, segreti di famiglia e crimini veri, senza mai smettere di essere donna. Ma una donna autentica, non stereotipata: non rinuncia alla femminilità per imporsi, ma la usa come parte della sua forza.

Accanto a lei, una squadra vivace, una sorella presente, un amore possibile e complicato. La serie, tratta dai romanzi di Gabriella Genisi, è brillante e colorata, ma sa toccare temi profondi come la violenza di genere e il potere. Lolita Lobosco è un invito a credere nella forza delle donne. Anche con il rossetto acceso.

The Bad Guy – Quando il confine tra eroe e mostro si fa labile Nino Scotellaro, magistrato integerrimo, viene accusato di essere un boss mafioso. Ed è qui che comincia The Bad Guy, una serie che gioca con i generi e con il nostro senso della giustizia. La Sicilia raccontata qui è cupa, surreale, teatrale. E Luigi Lo Cascio è straordinario nel dar vita a un personaggio che affonda nella vendetta con una lucidità quasi shakespeariana.

C’è humour nero, satira sociale, tragedia familiare. E c’è la sensazione scomoda che la verità, in certi contesti, non sia mai tutta da una parte sola. Una serie coraggiosa, spiazzante, che non fa sconti a nessuno.

Imma Tataranni – Matera, abiti eccentrici e mente acuta Se c’è una figura che rompe ogni cliché è Imma Tataranni, procuratrice di Matera (la serie che sto guardando proprio in questi giorni). Appariscente, impertinente, logorroica, sarcastica. Ma anche madre amorevole, moglie imperfetta, figlia sensibile. Imma è tutto insieme, e per questo irresistibile.

Ogni caso che affronta è uno specchio della realtà sociale, tra sfruttamento, ipocrisie di provincia e ingiustizie radicate. Ma il vero cuore della serie è lei, con i suoi pensieri a voce alta, i vestiti sbelluciccanti e la capacità di andare dritta al punto, senza fronzoli.

E poi c’è Matera, che non è mai solo uno sfondo, ma una presenza viva, antica, scolpita nella pietra. Come certe verità che Imma riesce a tirar fuori.

Non Uccidere – Ombre torinesi e verità familiari Tra le strade fredde e silenziose di Torino, si muove Valeria Ferro, ispettore dai modi asciutti e dallo sguardo profondo. Ogni caso che affronta in Non Uccidere è un nodo familiare: madri e figli, fratelli, segreti sepolti. Non ci sono mostri, solo esseri umani fragili che hanno smesso di vedere l’altro.

Valeria è dura, spesso spigolosa, ma sotto la corazza c’è una ferita mai rimarginata: sua madre è in carcere, condannata per l’omicidio del padre. Il passato, qui, non è mai passato davvero. La serie è cupa, intensa, a tratti dolorosa. Ma è anche uno dei ritratti più realistici e profondi mai visti della polizia italiana.

Il mio rituale serale. E poi, diciamolo: non è solo questione di storie appassionanti e città da sogno. È che queste serie sono diventate parte della mia routine quotidiana. Ho una TV da 85 pollici in camera da letto – sì, lo ammetto, un po’ esagerata, ma che gioia! – e un materasso top di gamma. Dopo cena, mi infilo sotto le coperte, accarezzo i miei due gatti, uno nero e uno grigio, che adorano farsi grattare sulla schiena, e accendo il mio piccolo cinema notturno. La luce blu del televisore, il silenzio della casa, il calore dei miei gatti. È il mio momento. La mia full immersion nel mistero, nei dialetti, negli sguardi, nelle città che conosco e in quelle che sogno. Un modo per chiudere la giornata con un po’ di bellezza e di tensione ben dosata.

venerdì 16 maggio 2025

Quel silenzio sul parabrezza. Riflessioni su prati stabili, insetti e una terra che si svuota

Mi diceva Pierpaolo, biologo e amico, il nostro prezioso consulente per l’equilibrio del laghetto in giardino, che in questi mesi sta lavorando a un progetto importante: il censimento dei prati stabili.

Lo fa con la passione e la competenza che lo contraddistinguono, e con una punta di urgenza. Perché quei prati — che molti guardano senza vedere — sono scrigni di biodiversità, e stanno scomparendo.

I prati stabili sono formazioni erbacee che non vengono arate né seminati da decenni, spesso da secoli. Si sono formati naturalmente, mantenuti da pratiche agricole tradizionali come lo sfalcio periodico o il pascolo leggero. Proprio perché “stabili”, cioè non disturbati da interventi intensivi, ospitano una varietà impressionante di specie: fiori, erbe spontanee, piccoli mammiferi, uccelli, ma soprattutto… insetti. E qui viene il punto.

Parlando con Pierpaolo, gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa del suo lavoro. Mi ha risposto con una domanda, apparentemente banale: «Ti ricordi quando, tornando a casa in macchina, il parabrezza era sempre coperto di insetti schiacciati?»

Ci ho pensato un attimo. Poi ho fatto mente locale. Sì. Ricordo benissimo quella sensazione: il bisogno di pulire il vetro, la visibilità ridotta nei lunghi viaggi estivi, gli sciami che si infrangevano nella luce dei fari. Ma oggi? Oggi non succede più.

Proprio ieri, tornando a casa in auto, mi è venuto naturale guardare il parabrezza. Era perfettamente pulito. Nemmeno un moscerino. Nessuna vita appiccicata al vetro. Solo il riflesso del tramonto.

Mi è salita una tristezza profonda. Un vuoto difficile da spiegare. Perché la verità è che non si tratta solo di un dettaglio marginale, di una stranezza moderna, di un effetto collaterale della velocità. Si tratta di un segnale d’allarme ambientale.

Gli scienziati lo chiamano insect decline, il declino degli insetti. In alcune aree d’Europa si parla di una perdita fino al 75% della biomassa degli insetti volanti in appena trent’anni. Non c’è più il ronzio di una volta. Non c’è più quel fermento invisibile, brulicante, continuo. Non lo vediamo, ma ci manca.

E gli insetti non sono affatto creature marginali o fastidiose. Sono impollinatori, decompositori, regolatori naturali**. Senza di loro, **non esisterebbero i fiori, i frutti, gli uccelli, la vita nei suoi equilibri più intricati. Il suolo si impoverirebbe, le piante smetterebbero di riprodursi, intere catene alimentari si spezzerebbero.

E invece stiamo perdendo tutto questo. Silenziosamente. Progressivamente. Senza nemmeno accorgercene, ci stiamo abituando all’assenza.

E allora ho capito meglio l’urgenza del lavoro di Pierpaolo. Quei prati stabili, che resistono ai pesticidi, ai diserbanti, alle arature invasive e alla cementificazione, sono isole di resistenza biologica. Sono gli ultimi rifugi per api selvatiche, farfalle, coleotteri, grilli, cavallette, lucciole. Sono mondi in miniatura, che tengono insieme il nostro mondo più grande. Salvare un prato non significa solo difendere un paesaggio o proteggere una specie rara. Significa preservare la vita nella sua forma più minuta ma fondamentale.

Mi ha fatto riflettere, questa conversazione. E anche un po’ tremare. Perché se davvero la terra sta morendo — e in parte già sta accadendo — non lo farà con rumore, ma nel silenzio. Un silenzio che comincia dal parabrezza pulito di un’auto che torna a casa.

venerdì 25 aprile 2025

Grandine e silenzio: quando il giardino si spegne

Ogni primavera c'è quel momento speciale, quello che dà un senso ai mesi freddi appena passati. È il momento in cui il mio giardino sembra esplodere di vita: il glicine si arrampica sul gazebo come un fiume viola intenso, gli iris si spalancano eleganti verso il cielo e le rose competono tra loro in una gara di bellezza e colori. È il segnale che il peggio è passato, che finalmente la natura ha ritrovato il suo ritmo. E io, ogni anno, lo aspetto con pazienza e trepidazione.

Quest'anno, però, tutto è stato diverso. È bastato un istante per cancellare settimane di cura, di attese, di piccoli gesti quotidiani che avevano reso il mio giardino pronto a dare il meglio di sé. La grandine è arrivata improvvisa, senza preavviso, come spesso accade qui vicino al confine. Non è stato un semplice temporale, è stato un bombardamento di chicchi gelati, non grandi ma tantissimi, caduti con una violenza implacabile. Tanto che la strada appariva come dopo una nevicata.

Quando ho aperto la porta per guardare fuori, il giardino, mi sono sentita smarrita: i fiori del glicine erano lì, tutti al suolo, come se i rami fossero stat travolti da qualcosa di troppo pesante da sopportare. Le rose sembravano sfiorite in un istante, i loro boccioli aperti prematuramente, macchiati e spezzati. Gli iris, piegati e sfiniti, apparivano come figure in lutto per qualcosa di prezioso che avevano perso. Per non parlare delle tenere foglie delle hosta. Tutte spezzate.

Eppure, il danno maggiore non è stato solo estetico. Mi ha colpito l'idea di tempo e dedizione cancellati così velocemente, la fragilità di qualcosa che avevo visto crescere e sbocciare giorno dopo giorno, e la consapevolezza di quanto fossi profondamente legata a questo piccolo angolo di mondo. Un giardino non è soltanto bellezza, è anche cura, pazienza e un dialogo silenzioso che si costruisce lentamente, nel tempo.

Domenica ho in programma un pranzo con amici sotto al gazebo. Immaginavo un'atmosfera perfetta: i colori, il profumo dei fiori appena sbocciati, la tavola imbandita immersa in una cornice naturale che avevo pensato con amore. Oggi, invece, il cielo grigio e le piante rovinate rendono tutto quasi surreale, come il set di un film triste, fermato su un fotogramma sbagliato.

Ieri a Gorizia, a pochi chilometri da qui, i social erano pieni di foto di un doppio arcobaleno splendido, colto al volo da chi si era trovato nel punto giusto al momento giusto. Un contrasto crudele: loro con l'arcobaleno, noi con l'inferno di ghiaccio. È strano quanto la natura possa mostrarsi così diversa in luoghi così vicini.

Ora sento soltanto silenzio, rotto appena dal gracchiare della rana nel laghetto. Un po' di rabbia, inutile negarlo, ma soprattutto la consapevolezza che tutto questo passerà. Sarà necessario pulire, potare, attendere ancora una volta. Non sarà facile, ma la natura sa sempre come sorprendere. Forse già domenica, quando gli amici saranno qui, riusciremo a ridere, brindare, raccontare. Magari non sotto il glicine fiorito, ma ugualmente insieme, a celebrare la resilienza silenziosa che ci lega ai luoghi e alle persone che amiamo.

Il futuro è già sugli scaffali. E qualche volta somiglia al passato

Una passeggiata alla SME, tra innovazioni sorprendenti, vecchi ricordi e oggetti che raccontano come siamo cambiati. Sono entrata alla SME c...